Storia della famiglia
[Gli antenati]

Come tutte le famiglie festeggiavamo delle ricorrenze e c’erano delle cerimonie che avevano una particolare importanza. La ricorrenza più rilevante era senza dubbio il Natale. C’era l’attesa di quel momento. Era un momento particolare perché proceduto una preparazione che andava dal girovagare nelle settimane precedenti con i miei in città in cerca di nuovi addobbi per l’albero, nuovi personaggi per il presepe, carta stellata, carta per le montagne. Seguiva la preparazione del presepe e dell’albero, i litigi tra mio padre e mia madre quando non erano d’accordo su come sistemare tutto quell’attrezzatura necessaria per i festeggiamenti, quali mobili spostare, dove fare l’albero, dove fare il presepe, come costruire il pino per il presepe.
Non andavamo alla messa di mezzanotte e non ricordo se la mattina di Natale i miei si recavano in chiesa. Sicuramente ci andava mia nonna e molto probabilmente mi portava con sé. La festa del Natale consisteva in due momenti che io vivevo come importanti, quello dei regali la sera precedente e quello del pranzo. Mia madre, quando non eravamo invitati dalle zie, iniziava il giorno prima a preparare il pranzo disponendo sul tavolo di cucina fogli di pasta fatta in casa da tagliare per preparare le lasagne che poi erano cotte in teglie rettangolari molto capienti. Sui fornelli della stufa a legna c’era poi la gallina lessa con il suo brodo che non mi attirava granché, il pollo arrosto, qualche volta un roto0lo di carne nel forno anch’esso cotto la sera precedente, noci, mandarini, fichi secchi, arance, da bere acqua di fonte con Frizzina o Idrolitina per renderla frizzante, vino del contadino in fiaschi per gli adulti, e tutta una serie immancabile di dolci che si mangiavano solo a Natale, dal panettone, al panforte, ai ricciarelli, alla torta di Cecco, ai cavallucci e poi tutti i cioccolatini di varia forma che venivano appesi sui rami dell’albero di Natale e che puntualmente io e mio fratello, giorno per giorno, di nascosto ci mangiavamo, tanto che mia madre ricorda una non indifferente indigestione da parte mia che mi costò una punizione esemplare. Non ricordo invece la presenza del pandoro, era un dolce sconosciuto in casa mia. Il Natale era veramente una giornata di festa anche perché apriva un periodo libero dalla scuola, con a disposizione nuovi giochi, momenti da dedicare a noi stessi. A proposito della scuola, ricordo che in prima elementare, andavo dalle suore che erano sulla stessa strada cin cui abitavo io, circa un chilometro più vicina alla città e andavo a scuola da solo, senza che mia madre mi accompagnasse, il giorno dopo Santo Stefano mia madre mi mise in grembiule, il fiocco, il paniere con la merenda e la cartella e mi spedì a scuola. Non aveva capito quanto duravano le vacanze di Natale. Quando arrivai a scuola e le suore mi rimandarono a casa, io volevo sprofondare dalla vergogna, mi sembrava che lungo la strada tutti mi guardassero con quella cartella, quel grembiule, quel panierino. Fu un tragitto che non finiva. Invece mia madre rimase solo un po’ stupita e poi continuò con le faccende di casa come se nulla fosse successo. Dopo il Natale c’era la notte di capodanno e il primo giorni del nuovo anno. Non c’erano fuochi né particolari festeggiamenti a mezzanotte, solo un brindisi e poi a letto, un brindisi preceduto però da una lunga serata passata a giocare a tombola. In uno di questi ultimi dell’anno mio fratello riuscì a infilarsi in un orecchio un seme di mandarino e quell’anno il Capodanno lo passammo al pronto soccorso.
La Befana invece era una festa vissuta più in sordina, soprattutto la sera precedente, quando arrivavano le calze. Era in qualche modo anche una festa triste perché chiudeva il periodo delle vacanza e faceva sentire questo peso. I compleanni non erano resi granché in considerazione. Invece la Pasqua aveva un po’ la dignità del Natale e le si avvicinava quanto riguarda il cibo. Per Pasqua i miei sicuramente andava in chiesa per benedire le uova, ci compravano enormi uova di cioccolato ma niente regali. C’era poi il carnevale. Non andavamo in giro mascherati per il paese o la città, giocavamo in casa utilizzando tutto l’apparato di rito, coriandoli e stelle filanti. Ancora mia madre e mio padre ci tenevano a festeggiare San Giuseppe, il 19 marzo. Mia madre ci preparava le frittelle di riso e i bomboloni. Mio padre aveva un negozio di riferimento, in piazza della Berlina, dove comprava la pasta per entrambi dolci. Mia madre, poi, il giorno di San Giuseppe passava il pomeriggio a cuocerli. Dopo un po’ di tempo introdusse anche una variante, una specializzazione un po’ tardiva, quella dei cantuccini. Non so chi gliela aveva suggerita, ma da un certo momento in poi aveva iniziato a farli frequentemente insieme ad una torta soffice realizzato con una bustina di lievito Pan degli Angeli. Aveva imparato a fare dei panetti di farina che cuoceva con il lievito e poi tagliava dando loro la forma che hanno i cantuccini toscani. Ricordo che erano abbastanza pallidi ma anche molto buoni.
Il Ferragosto invece lo festeggiavano al mare. Partivamo la mattina con il trenino, le borse cariche di pasta e carni, forse anche la zuppa toscana, poco raccomandata d’estate, ma più facile da portare e da servire in pineta, seduti sugli aghi di pino, della pasta. Per un lungo periodo abbiamo utilizzato la cabina in un bagno a Tirrenia e all’ora di pranzo andavamo nella pineta retrostante alle cabina del bagno. Poi abbiamo iniziato ad andare alla spiaggia libera, e anche lì all’ora di pranzo ci ritiravamo in pineta per pranzare. Il viaggio per andare al mare era una vera e propria impresa che richiedeva programmazione e organizzazione, spesso ostacolato dalla folla che riempiva il trammino che da Pisa arrivava a Livorno. Scendevamo in pineta e piano piano ci portavamo sulla spiaggia o sul bagno con tutto il carico di borse. Rigorose erano le regole da rispettare legate all’ora del bagno e alle tre ore che dovevo passare dalla colazione e dal pranzo. Superati quegli orari però tutti i limiti saltavano e la permanenza in acqua durava finché ne avevamo voglia. Talvolta avevamo anche il permesso di comprare un ghiacciolo da un gelataio che percorreva su e giù la spiaggia con la sua cassetta bianca, la trombetta e un cappellino da marinaio.
In casa mia compravamo poche cose al negozio di alimentari, soprattutto materie prime. Mia madre cucinava quasi tutto. Non andavamo ristoranti. Anche la pizza la faceva in casa ogni tanto, ma non era un piatto cui aspiravamo. Era un mondo molto diverso da quello in cui viviamo, Né più brutto, né più bello. Solo diverso. Vivevamo tutte le difficoltà di quella situazione che nella mia famiglia era di povertà. L’affrontavamo facendo sforzi enormi per vivere una vita vivibile. Mi ricordo che una volta mentre tornavamo dal mare mio padre lo sentii dire con orgoglio: “Stiamo facendo molti sacrifici ma non ci manca niente”. Non so che cosa volesse dire con quel “non ci manca niente”. Era forse il residuo di tempi peggiori vissuti senza le cose più elementari che ora grazie al suo lavoro aveva potuto ottenere.
Per quanto riguarda le cerimonie non ricorrenti, le due fondamentali erano la cresima e la prima comunione. Era inevitabile sottoporsi questi due passaggi religiose, anche se i miei in sostanza non erano credenti. La mia prima comunione e la cresima di mio fratello furono celebrate nello stesso giorno nella chiesa di Santa Marta a Pisa. Non ricordo la mia cresima, ma ricordo la lunga e assidua preparazione delle suore dell’Opera Cardinali Maffi di via Garibaldi che si impegnarono per farci vivere la prima comunione con un profondo spirito religioso. Non ci sono riuscite. Per me la prima comunione fu una festa e basta. Ho vissuto anche forse momento di qualcosa che poteva somigliare ad una fede, ma è durato poco.
Mia madre per prima cosa si preoccupò di farmi cucire i vestiti chiamando una sarta che periodicamente veniva a casa nostra ai cambi di stagione per confezionarci gli abiti. Rimaneva qualche giorno e dormiva in casa nostra su un divano. Zoppicava vistosamente ed era molto socievole. Altra fonte di acquisto erano dei venditori ambulanti che riuscivano a piazzare a mia madre valige piene di coperte e di lenzuola, di tovaglie che non avrebbe mai usato. Per la prima comunione invece mia madre fece ricamare delle tovaglie da una parente, tovaglie lunghissime, bianche con ricami floreali che poi sono rimaste negli armadi ad ingiallire per anni.
Dopo gli abiti e le tovaglie, le attenzioni di mia madre passarono alla preparazione della giornata perché si doveva fare bella figura. Comprò addirittura, dopo aver discusso con mio padre per l’esosità della spesa, tutta una serie di servizi di tazze per il thè e per la cioccolata che offrì prima della cerimonia agli amici e ai parenti, una sorta di rinfresco in casa con caffellatte, cioccolata calda e pasticcini. Poi via alla cerimonia la cerimonia e infine, sempre in casa, il pranzo. Il ristorante non era una cosa da prendere in considerazione neppure lontanamente. Nelle foto si vede il pranzo della prima comunione, con la torta che nasconde parzialmente mia nonna, madre di mio padre, che parla con qualcuno. In un’altra foto c’è mia madre addirittura con una collana, raramente l’ho vista con qualche gioiello, che sta svolgendo il suo ruolo di intrattenitrice cameriera. In un’altra ancora si vede mio fratello capotavola con alle spalle la porta che dava direttamente sulla strada. La nostra era a Pisa in quegli anni era una casa povera, con due stanze piano terra, due camere al primo piano e il bagno, se così si può chiare un wc sgangherato e un lavandino, in fondo all’orto, un sottotetto in cui ogni tanto andavo a cercare i giocattoli che mio padre metteva delle ceste forse nella speranza che non li tirassimo più fuori. Il sottotetto per me era un luogo quasi magico che ci si arrivava da una scaletta interna di legno e poi si entrava in una sorta di botola. In qualche caso l’ho vissuto anche come rifugio. Comunque quella è stata la casa in cui abbiamo vissuto il passaggio da una fase all’altra della vita quotidiana degli anni Sessanta. In un paio di foto si vede infatti l’ingresso in famiglia di oggetti che costituiscono il superamento del mondo di derivazione contadina che aveva caratterizzato i primi anni di vita della mia vita familiare. In una di quelle foto c’è un frigorifero di cui si legge anche la marca “Fargas” e in un’altra foto c’è un televisore dietro me e mia madre che stiamo brindando chissà a che cosa, con sopra un modellino di aeroplano e subito sotto l’immancabile trasformatore, una pesante scatola di metallo che non ho mai capito a cosa servisse ma che si doveva accendere prima del televisore.. Nella casa di Pisa infatti arrivarono nei primo anni Sessanta questi primo due elettrodomestici. Si erano introdotti senza clamore, grazie ad acquisti a rate. Ma segnarono un passaggio preciso, il passaggio nel mondo della modernità del boom. Nella mia famiglia mancarono molte cose che invece arrivarono in altre. Non ci fu né la vespa, né la lambretta, non ci fu l’utilitaria. Per molto tempo non ci fu il telefono. Arrivò poi lavatrice e questo fu per mia madre una fonte di grosso sollievo. La vedevo soffrire di fronte alla tinozza di zinco che serviva anche per i nostri bagni domenicali, d’inverno fatti in cucina a fianco della stufa a legna, una tinozza sulla quale appoggiava un piano di legno e strusciava con una saponetta a forma di parallelepipedo i panni. Particolarmente faticose erano le lenzuola che dovevano essere tirate su dalla tinozza, attorcigliate, strizzate e poi stese. Ricordo il giorno in cui fu portato a casa il televisore. In realtà non ero in casa perché stavo frequentando la seconda elementare in orario pomeridiano, non avendo la scuola la disponibilità di aule per permettere a tutte le classi di svolgere le lezioni durante il mattino. Coloro che come me avevano fatto la prima dalle suore e poi si erano iscritti alla scuola pubblica il secondo anno erano stati raccolti in una minuscola classe di una decina di alunni che per tutto l’anno dovette frequentare le lezioni nel pomeriggio. Arrivai a casa ed era già buio e trovai questo oggetto collocato nel salotto già acceso e funzionante. Era l’ora della TV dei Ragazzi e stavano trasmettendo un telefilm,Penna di falco, una serie di telefilm western che aveva, forse per la prima volta, come protagonista non un bianco ma un pellerossa, un giovane capo indiano della tribù degli Cheyenne, che spesso doveva confrontarsi con i coloni bianchi o veniva coinvolto in scontri con gruppi di altre tribù. Fu un pomeriggio speciale. Il frigorifero della foto invece è uno di quegli oggetti che allora circolava nelle casa, un mastodontico parallelepipedo con poco spazio all’interno rispetto alle dimensioni esterne, delle pareti spessissime, rumoroso, con una produzione notevole di ghiaccio.
Dalle foto si può anche intuire in che tipo di case abitavamo. La prima casa, quella di Mezzana era una casa di campagna. Si vede in cortile nella foto in cui io cammino con un uovo di Pasqua in mano; sullo sfondo la scala che portava sulla strada che fiancheggiava l’Arno. La prima casa pisana, quella dove sono arrivato poco prima dell’inizio della scuola elementare e dove abbiamo fatto la prima comunione e la cresima, era una casa di strada sulla via Calcesana che, in prossimità della città, prende il nome di via Garibaldi. In una foto dove c’è un gruppo di persone, mio padre e mia madre, io e mio fratello e una signora, un’amica milanese che trascorreva le vacanze ogni anno a Pisa con suo marito, si vede la porta della nostra casa che dava direttamente sulla strada. Nella foto di carnevale si vedono chiaramente i muri scrostati delle pareti esterne e quelli esterni del giardino, se così si può chiamare, dove c’era una pergola e una capanna per gli attrezzi. Si vede chiaramente lo stato della porta a vetri. Era umida e mio padre lottava armato di cemento e vernici per cercare di fermare l’avanzare di quelle bolle che scoppiavano nelle pareti lasciando fori enormi. Non c’era riscaldamento e, come ho già detto, il wc era in fondo all’orto irraggiungibile d’inverno. In una foto, quella con mio fratello che punta la pistola, sullo sfondo si vedono le baracche dove mio padre allevava polli e conigli.
Nonostante tutto, degli anni passati nella casa in via Garibaldi ho un buon ricordo soprattutto perché con i vicini si era formata una rete costituita da legami, relazioni, interazioni che potremmo definire elementi di una comunità. Anche questa famiglia aveva il bagno in fondo all’orto, solo che in quella stanzetta c’era anche una stufa a legna è una vasca da bagno e quindi potevano evitare il bagno in cucina nella tinozza. In compenso non avevano il televisore e qualche volta venivano dopo cena a casa nostra a vedere programmi come Sanremo e forse Canzonissima. Ricordo questi programmi e quelle serate perché in quella famiglia c’era un ragazzo molto giovane, un ventenne, che era un fan di Morandi, Mina, Celentano. Si divertiva a provocare mio padre e intraprendeva con lui accese dispute su che cosa fosse la vera musica. Erano accaniti cacciatori e avevano un cane di nome Brick, un cane da caccia, setter scozzese, e non distingueva bene quale fosse la casa dei suoi padroni. Avevamo anche altri vicini dall’altro lato della casa, una giovane coppia che viveva con due anziani genitori che ancora lavoravano i campi. Nonostante fossero praticamente quasi in città, avevano una piccola stalla in cui tenevano una mucca e un asino. Mia madre per molto tempo ha comprato il latte appena munto da loro. Ogni mattina facevamo colazione con quel latte che faceva una panna spessa, lo prendevamo insieme a qualche biscotto, lemarie. L’asino, ciò che rimaneva di un’attività di vendita ambulante di ortaggi e frutta, lo attaccavano a un carretto e lo usavano per lavorare nei campi che si estendevano dietro le nostre case. Poi quei campi sono diventati un terreno edilizio e su di essi sono fioriti palazzi, villette, un intero quartiere. In via Garibaldi si era formata una vera e propria comunità, ci conoscevamo tutti. Sul retro della casa vicina della nostra c’era un ampio cortile che era il nostro spazio dei giochi. Nelle famiglie che abitavano nelle case che davano su quel cortile c’erano alcuni bambini coetanei di mio fratello e con essi passavamo interi pomeriggi a giocare. Non era solo il cortile a unire le famiglie, ma tutta una serie di elementi che andavano dalla presenza dei negozi essenziali, gli alimentari, la macelleria, frutta e verdura, un calzolaio, una merceria nel giro di pochi passi.
Infine la terza casa, quella di San Michele, dove ci siamo trasferiti quando io frequentavo la terza media. È stato un passo avanti perché aveva il bagno in casa. Ricordo che mio padre acquistò subito un boiler per riscaldare l’acqua e fare il bagno nella piccola vasca di quel minuscolo bagno ricavato da un angolo di una cameretta. Mettemmo nelle camere anche la stufa a Kerosene ed effettivamente le cose migliorarono anche perché finalmente io e mio fratello potevamo avere ciascuno una propria camera. Io avevo già iniziato a raccogliere grandi quantità di libri e con l’aiuto di mio padre costruivo artigianali, molto artigianali librerie. Non avevamo più né orto né animali, quindi mio padre affittava spazi nelle zone vicine per coltivare ortaggi cui non sapeva rinunciare. Nelle foto si vedono i cortili che si aprivano nel retro di quelle case di strada e le capanne che li occupavano. Il disordine era la regola. Negli scaffali esterni coperti da tettoie si affastellavano oggetti, bottiglie, scatoloni come si vede nella foto in cui io sono ripreso con il mio cane. Il cortile era anche il deposito delle biciclette, unico mezzo di locomozione privato che utilizzavamo. L’interno non era molto diverso. In una foto si vedono mio padre e mia madre prima di pranzare con alla parete appesa la bombola dell’acqua calda. San Michele era allora, fine anni Sessanta primi anni Settanta, una zona di espansione edilizia e in una foto, quella con il mio gatto alla finestra, si possono intraveder i cantieri allestiti dietro la nostra casa. Fu in quella casa dopo molti anni che mio padre si convinse di introdurre il telefono. Erano tutte case in affitto. Dopo molti anni siamo stati sfrattati e i miei finalmente sono potuti approdare in un appartamento senza scale, con due bagni, il riscaldamento in tutte le stanze per poter trascorrere una vecchia più tranquilla, perdendo però tutti i legami di vicinato che avevano avuto per loro una grande importanza.
Per tornare alla comunione, dalle foto si vede che il pomeriggio fu dedicato alla gita in piazza dei Miracoli e alla salita sulla Torre; forse per i pisani quella gita il giorno della prima comunione era una tappa obbligata o forse, più semplicemente, i miei genitori volevano portarmi sulla Torre dove non erano mai stati. Nelle foto ci sono anche altri personaggi molto importanti per la mia giovinezza. Mio zio, ex carabiniere, con la sua motoretta che mi sembrava una moto di chissà quale potenza. E poi mia cugina. Dieci anni più di me. È stata quella che maggiormente ha scombussolato gli equilibri della mia famiglia. Spesso veniva a dormire a casa nostra perché frequentava le scuole superiori, l’avviamento femminile come si chiamava allora, a Pisa e lei stava ancora a Mezzana, i suoi genitori poi spesso erano fuori in giro per l’Italia per motivi di lavoro. Era una bella ragazza e penso fosse consapevole di questo sua essere ammirata. Non disdegnava di fare amicizia con soldati e giovinotti e ogni tanto ce li portava a casa o la sera ci chiedeva di accompagnarla in giro per Pisa. Io e mia madre la seguivamo incuriositi. Soprattutto è stata lei a portare, anche da un punto di vista musicale, una ventata di novità, tutte contestate da mio padre, fan da Claudio, Luciano Taioli, Nilla Pizzi. Con lei entrarono in casa il mangiadischi e i dischi di Celentano, Rita Pavone, di Mina e lunghe discussioni con mio padre che non si lasciava convincere da quella musica degli “urlatori”. Mi piaceva vederla girare per casa con il suo maglione dal collo alto, senza maniche, i pantaloni attillati, il suo sorriso. Quando c’era lei, c’era un’aria diversa e io la respiravo profondamente. Ci sono poi due foto un po’ pazze. Sono foto con mio cugino. La batteria che si vede era un regalo di Natale di mio fratello e il cavalletto invece era il mio. Forse volevamo fare gli artisti, ma mio cugino si è intrufolato con il suo spirito ironico e ha demolito queste nostre aspirazioni.




























massimocec maggio2026
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