Storia della famiglia
[Gli antenati]


La scuola è sempre stata dai miei genitori come il principale compito che dovevamo svolgere. Avevano verso la scuola e gli insegnanti un atteggiamento di reverenza. Non li ho mai sentiti pronunciare una parola di critica nei confronti dei nostri insegnanti anche quando le cose non andavano bene. Non avevano nei nostri confronti, miei e di mio fratello, un’idea precisa di che cosa dovevamo ricavare dalla scuola. Ci dicevano “Scegliete quello che volete purché studiate, non dovete fare la vita che abbiamo fatto noi”. In prima elementare mi mandarono dalle suore dove avevo frequentato la scuola dell’infanzia o meglio l’asilo, come si chiamava allora. Non so perché fecero quella scelta, forse perché le suore ci tenevano scuola tutto il giorno e mia madre aveva bisogno di un po’ di tempo per accudire mio fratello che era ancora piccolo. Andavo a scuola tutti i giorni a piedi da solo. La scuola era nella stesso quartiere dove abitavamo noi, in via Garibaldi, anche se noi abitavamo verso la campagna e la scuola era nei pressi però del centro cittadino. Mia madre il mattino, dopo avermi dato la colazione, mi attraversava la strada e io sul marciapiede arrivavo fino alla scuola. Dovevo attraversare soltanto un incrocio e i miei mi avevano istruito su cosa fare e cosa non fare. Della scuola delle suore ricordo innanzi tutto l’ostilità che mi sembrava dimostrarmi già dall’ingresso, con quel portone che mi sembrava enorme quando lo varcavo, l’ombra che regnava nel corridoio dalla quale usciva fuori una piccola statuetta della Madonna. Ricordo che sulla sinistra c’era la cappella dove le suore ci portavano a pregare. Poi da una porta a vetri si accedeva ad un cortile chiuso tra un alto muro e l’edificio dove c’erano sia la scuola che i locali dove vivevano le suore. Nel centro c’era un piccolo giardinetto con un’altra statua della Madonna. Quel cortile lo vivevo come una specie di prigione e non a caso non ricordo le amicizie di quel periodo, tranne quella di una bambina con la quale percorrevamo un tratto di strada insieme, fino a quell’incrocio che dovevo attraversare per arrivare a casa. Lei prendeva invece la strada che si immetteva in via Garibaldi. Era una bambina che viveva in una zona di Pisa chiamataVillaggio veneto, un’area a ridosso del carcere di Don Bosco occupata da un campo baraccato risalente al periodo successivo alla Prima Guerra Mondiale per ospitare i profughi sfollati dal Veneto e ampliato dopo la Seconda Guerra Mondiale per coloro che durante i bombardamenti avevano perso la loro casa. In città c’erano diverse zone come quella del Villaggio Veneto, zone costituite da case minime, palazzi fatiscenti, vecchie case del centro in condizioni di degrado, via Maccatella, via Pietrasantina, il Casone di San Biagio, i conventi di via Ippolito Rosellini, le Prata, via Sant’Andrea e la Nunziatina. Chi abitava in quelle aree non era ben visto. Era considerato facente parte di un sottoproletariato non integrato e non integrabile nella città e tale immagine negativa è rimasta anche quando, per porre fine a quelle situazioni, tutte quelle famiglie sono state “deportate” nei quartieri delle case popolari volute dall’allora ministro dei lavori pubblici, pisano, Giuseppe, riproducendo in tal modo la situazione di ghetto precedente. Quei nuovi quartieri, in particolare il Cep, diventarono i nuovi luoghi malfamati, caratterizzati dalla presenza di scontro sociale fra poveri e destinatari di storie in cui non era facile distinguere il vero dal falso, di inquilini che cercavano subito di subaffittare l’alloggio per tornare nelle vecchie baracche, di altri che usavano la vasca da bagno come un orto per coltivare verdure o per farci il vino. Anche i miei in fondo credevano che si potesse essere poveri in modi diversi e che il loro modo di affrontare la povertà non coincidesse con quello di quello di chi viveva in quei quartieri. Logicamente e fortunatamente, vista la facile condizionabilità di un bambino di sei anni, del tutto ignaro dei pregiudizi nei confronti di coloro che vivevano nel Villaggio veneto, percorrevo quel tratto di strada felice della compagnia di quella bambina.
In seconda elementare i miei mi iscrissero alla scuola pubblica, più lontana della scuola delle suore ma comunque raggiungibile a piedi. Era un edificio moderno e per arrivarci dovevo fare un tratto di strada alberata che, in primavera, diventava un segnale di cambiamento, di avvicinamento alle vacanze estive e insieme di superamento del periodo invernale, uggioso, freddo, buio. Quando pioveva qualche volta un vicino ci caricava sulla sua topolino. Su quella topolino nei giorni di pioggia salivamo in parecchi e non so come facevamo ad entrare in quella macchinetta che in fondo aveva due veri posti. Il ritorno a casa spesso avveniva in gruppo e capitava di fermarci a giocare. Non raramente finivamo con la guerra con le cartelle. Lungo la strada davanti alle carceri c’era un prato abbandonato che si riempiva d’acqua. Allora il clima era molto diverso da quello di oggi e d’inverno l’acqua ghiacciava. Quando tornavamo a casa in quelle giornate invernali non disdegnavano di pattinare su quel schiaccio con le nostre cartelle. Di fronte alla scuola c’era una baracchina verde che vendeva cancelleria, merende, dolciumi. Ogni tanto mia madre mi dava i soldi per comprarmi qualcosa da mangiare durante la mattinata e io alternavo una sorta di brioche rotonda con l’uvetta, o una pasta ultracalorica che somigliava ad una pesca divisa in due con una ciliegina sulla sommità. Spesso il mattino ci accoglieva sulla porta il direttore. Lo vedevo come un uomo enorme, con delle sopracciglia nerissime e folte che sporgevano dal viso come una sorta di tettoia, quasi un orco; mi faceva venire in mente Mangiafuoco di Pinocchio.
Eravamo in pochi a provenire dalle scuole private e ci raggrupparono una piccola classe di una decina di bambini. Non c’era posto nelle aule durante il mattino e quindi andavamo a scuola il pomeriggio. La nostra maestra era una piccola signora che aveva in classi il figlio. L’unico ricordo che ho di quell’anno è quello degli inseguimenti del figlio, che molto probabilmente aveva combinato qualche guaio, tra i banchi da parte della maestra diventata in tali occasioni mamma.
Dal terzo al quinto anno invece fummo inseriti nelle classi del mattino. Io fui affidato ad un maestro particolare. Era un nostalgico del regime e non tralasciava di dimostrare questa sue preferenze. Era sempre elegante, in genere vestito di grigio con cravatta o talvolta con un foulard che mi sembrava a. Fumava la sigaretta con il bocchino e spesso invece deve la cravatta portava con un foulard che me lo faceva apparire un po’ strano, abituato come ero all’abbigliamento semplice di mio padre. Al di là delle sue preferenze politiche, credo che fosse un buon insegnante. È vero che aveva dato alla classe una struttura gerarchica. C’era un capoclasse, ed ero io forse perché era più alto, c’erano altre funzioni affidate a ciascuno di noi. Il maestro aveva messo in piedi una bibliotechina e ogni settimana attivava il prestito dei libri. C’era quindi il bibliotecario che doveva occuparsi di consegnare, registrare e farsi restituire i libri che venivano prestati. Aveva poi messo in piedi piccolo laboratorio scientifico costituito da oggetti che utilizzava per fare semplici esperimenti e c’era il responsabile di quegli oggetti. In un armadietto c’erano delle bottigliette ciascuna delle quali aveva al proprio interno un animale immerso in un liquido, forse naftalina, c’era un erbario rudimentale e c’era il responsabile di quel materiale. Spesso ci portava anche fuori dalla scuola. In una delle foto siamo al Giardino Scotto a fianco delle gabbie degli uccelli. In un’altra siamo con la custode in zona fuori dalle mura dove c’erano prati. Ricordo che spesso ci portava a giocare a calcio in quei prati. Molto probabilmente era ritenuto un maestro in grado di lavorare con alunni con difficoltà, in quegli anni non c’erano gli insegnanti di sostegno e c’erano le classi differenziali, ma a lui venivano affidati ragazzi che vivevano nell’ospizio della Quarconia, un ospizio o un orfanatrofio che accoglieva bambini e giovani che non avevano una famiglia o che non potevano vivere in quella che avevano. Aveva comunque una fama negativa tanto che ricordo mia madre che mi diceva quando ne combinavo una delle mie: “Se non stai buono ti mando in Quarconia”. In genere erano ragazzi più grandi di noi, nella foto sono riconoscibili perché venivano a scuola senza indossare il grembiule. A loro affidava incarichi particolari e cercava di farli sentire come noi e devo dire che non ricordo in quegli anni episodi di discriminazione nonostante la composizione della classe fosse molto eterogene dal punto di vista sociale, accanto ai ragazzi della Quarconia c’erano figli di comandanti di sommergibili, dello stesso direttore della Quarconia, figli di operai, di impiegati, di commercianti. La scuola elementare era, a differenza della scuola media ancora divisa in due tronconi, uno per chi era destinato a continuare gli studi e uno per chi doveva esser avviato al mondo del lavoro, l’unico esempio di convivenza tra bambini di classi sociali differenti.
Il ricordo più triste che ho della scuola elementare è il patronato. Mia madre riuscì ad ottenere questa forma di assistenza che consisteva nella distribuzione di quaderni con la copertina nera e il bordo rosso, astucci, matite, penne, qualche indumento, credo dei maglioni. La distribuzione avveniva in classe di fronte tutti e per me era una sofferenza. A pranzo ci veniva dato anche un piatto di pasta al termine delle lezioni e anche quello non è un bel ricordo. Ci raccoglievano tutti in una stanza, mangiavamo il piatto di pasta e poi andavano a casa. Qualche volta mi è capitato di risentire con disgusto l’odore di quel refettorio e quella pasta scotta color rosso sangue.
Tra i tanti ricordi che, scrivendo queste righe, mi ritornano in mente c’e quello della festa degli alberi, della cerimonia nella quale andavamo a piantare un albero in giardino. Ma soprattutto ci sono i ricordi delle visite mediche, delle radiografie, delle vaccinazioni. Sono ricordi che sono stati richiamati anche durante la pandemia, quando l’aspra dei novac ha infiammato le pagine dei giornali e i servizi televisivi. In quelle giornate ho apprezzato la risposta che mi è capitato di leggere su La Repubblica a del 6 gennaio 2021 di Maurizio Maggiani: “
Una prima e immediata risposta ancorché anticipata era stata la possiamo trovare in un articolo da Maurizio Maggiani apparso su la Repubblica: “In quel tempo, ogni quartiere, borgata, frazione, anfratto e buco d’Italia aveva una scuola, nella scuola c’erano delle aule con un maestro e una stanza che si chiamava dispensario. Intanto che la maestra Fabbri ci insegnava come meglio sapeva, e comunque sapesse ci insegnava, ogni sei mesi ci metteva tutti quanti in fila davanti al dispensario, e un dottore, il dottorino, che arrivava su una Vespa dalla marmitta rotta e una barba che non riusciva ancora a farsi per bene, ci interrogava con lo stetoscopio bronchi e polmoni, ci faceva cacciare fuori la lingua e ci esplorava faringe e laringe, ci tastava le ghiandole, ci pesava e misurava, ci dava il ricostituente a tutti quanti e ai morti di fame tra noi, non pochi Cristo, non pochi, dava un biglietto. E con quel biglietto si presentavano un quarto d’ora prima della campanella nel seminterrato già sede dell’Opera Balilla e ora Patronato Scolastico, dove si sedevano davanti a mezzo litro di latte caldo, una rosetta e un paio di cubetti di orrenda cotognata ricca di vitamina, la Repubblica ci dava la colazione. … E poi, quand’era il momento il dottorino ci faceva il vaccino, l’antipolio, l’anti vaiolosa, l’antitubercolare, l’anti difterica. Ed eravamo contenti perché il dottorino ci timbrava e ci pungeva senza farci male, eravamo contenti perché sapevamo. Sapevamo perché la vedevamo con i nostri occhi la nostra fortuna; bastava esser nati uno o due anni prima, bastava venire da certe forre della montagna e essere come Lambruschi butterati in faccia di vaiolo, essere sciancati di poliomielite come Filippi, essere preso e sparire in un sanatorio, chissà mai dov’era, come Sauro. In quel tempo la tubercolosi era dappertutto, io stesso e mia sorella siamo stati presi via per un capello, e portiamo ancora il segno del suo passaggio, la piccola cicatrice che ogni volta che mi fanno un torace fa dire al radiologo, ah be’, lei è del cinquantuno….Sinceramente non ricordo se farsi il vaccino fosse obbligatorio. Ricordo solo dei manifesti nell’atrio della scuola accanto a quelli con i disegni di tutte le bombe e le mine che i bambini potevano incontrare tra le macerie e gli incolti, giocarci e ammazzarsi, …Ma immagino che lo fosse perché non è che la maestra Fabbri ci metteva in fila per farci chiedere dal dottorino, ninin lo vuoi il vaccino? Non è che la sera a cena sentissi mio padre e mia madre discutere, cosa dici lo facciamo, non lo facciamo? Credo che per tutti loro, scritto o non scritto, fosse un dovere prima che un obbligo, e l’uno non è necessariamente l’altro, e il primo è anche di più perché è la libera e cosciente accettazione del secondo. Un dovere, né più né meno che andare a votare, lavarsi le mani prima di mettersi a tavola, lavorare duramente e bene, leggere sempre qualcosa….Ricordo il terrore, dico proprio il terrore, di mio padre che mi ammalassi e l’identico terrore che non volessi studiare. Una Repubblica dei doveri quella, eppure non ricordo che fosse una Repubblica della mestizia; una repubblica delle ristrettezze, eppure non ho memoria che mi mancasse qualcosa di veramente necessario.”
Mi riconosco pienamente in quanto scritto da Maggiani sia nei contenuti espliciti sia in quelli impliciti. Negli anni ’60, grazie al vaccino introdotto da Albert Sabin, un vaccino che si prendeva dentro una zolletta di zucchero, la vaccinazione contro la poliomielite divenne una pratica di massa. E veniva praticata nelle scuole. La vaccinazione contro il vaiolo invece si faceva con una sorta di penna e una cicatrice rotonda sulla parte alta del braccio. In occasione della somministrazione dei vaccini le aule o le palestre diventavano una sorta di ambulatori temporanei. I bambini che dovevano sottoporsi a queste pratiche mediche avanzavano in fila verso il luogo dove un medico procedeva a somministrare il vaccino. C’era poi un’altra pratica diffusa in quel periodo, quella della radiografia al torace per prevenire o individuare casi di tubercolosi. Era infatti obbligatorio, per gli scolari e per tutti gli operatori, sottoporsi almeno una volta all’anno a una radiografia al torace. Nella nostra scuola tale procedura era portata a termine all’interno di una sorta di pullman attrezzato sul quale era montato l’apparecchio per le radiografie. Quella della lotta alla Tbc fu una lotta dura, ma fu anche una lotta vinta, grazie anche alle radiografie, tanto che alla fine di tale battaglia, vera guerra giusta, furono chiusi i sanatori.
L’ultimo ricordo che ho di quel periodo e della scuola è legato ad un evento straordinario, l’eclissi di sole del 15 febbraio 1961. Pisa era nella zona in cui il fenomeno dell’eclisse aveva uno dei suoi punti massimi. Il maestro ci preparò ad assistere a quest’evento spiegandoci che cosa dovevamo fare. La scuola ci permise di entrare in ritardo per poter osservare l’eclisse da casa nostra. Con mio padre e mia madre predisponemmo tutta l’attrezzatura necessaria, semplici vetri affumicati, e quella mattina ci mettemmo lì nel nostro cortiletto sotto una pergola senza foglie ad aspettare che arrivasse l’eclisse, e finalmente arrivò. Il sole sparì e intorno alle 8,30 si fece buio per qualche minuto. Subito dopo ci incamminammo per andare a scuola.


massimocec maggio2026
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