Le fotografie che si trovano nella galleria cui si accede da questa pagina rimandano ad una dimensione che oggi è difficile rintracciare nelle nostre città. Sono frutto di passeggiate notturne nel centro storico di questa piccola città collocata tra il mare della costa toscana e monti che che, per il loro aspetto richiamano le Alpi vere e proprie, anche se sono più semplicemente e più modestamente, le Alpi Apuane.
Passeggiate quasi solitarie, che sono accompagnate da un alone di malinconia. Massa non è più così la sera. Pochi giorni fa un uomo è stato ucciso in una di queste piazze da un gruppo di giovani, ucciso, sembra, soltanto perché aveva rimproverato quei ragazzi del gruppetto che, a quanto sembra da alcune testimonianze, se la stavano prendendo con una vetrina lanciandole contro bottigliette. È un episodio tremendo, ma è solo un episodio. Di episodi che possono sfociare in tragedie del genere ne accadono spesso e solo per fortuna non si trasformano in una tragedia come quella accaduta a Massa. Girare per Massa in certe notti vuol dire andare incontro a situazioni che possono degenerare. Non sono rari gli schiamazzi, i gesti di vandalismo e situazioni che possono dare vita a risse; i protagonisti sono soprattutto i giovanissimi. Non è un fenomeno esclusivo di Massa, è diffuso un po’ dovunque. Ad esempio, so che anche a Pisa, città che frequentavo le sere d’estate molti anni fa in cerca di refrigerio sui lungarni, dove si poteva respirare grazie alla brezza proveniente dal mare e, nello stesso tempo incontrare qualche volto conosciuto, scambiare due chiacchiere con amici con in mano un bel gelato, accadono le stesse cose. Molte città di notte sono diventate territorio di bande e in particolare di bande di adolescenti che urlano, si ubriacano, litigano per motivi banali o per il gusto di litigare. Spesso finiscono per scontrarsi tra loro e per attaccare con violenza anche chi accanto al loro o per scaricare la loro rabbia contro le cose intorno a loro. Di giorno la situazione è diversa ma per altri motivi non è migliore. I centri storici offrono come quello di Massa, piccoli centri storici, offrono un’immagine disarmante perché sono oggetto di abbandono. Non ci sono centri di aggregazione se non quei bar in cui la sera si ritrovano queste bande di violenti. Recentemente Massa si è candidata come capitale della cultura, io mi sono chiesto a quale titolo. Forse l’unica motivazione è il tentativo di trovare qualche stimolo per uscire da una situazione di deprivazione culturale. È una situazione che riguarda il presente, perché certamente non le manca il patrimonio culturale legato al passato. Anzi ha un grande patrimonio culturale in termini di storia, di monumenti, edifici. Quello che le manca è il patrimonio culturale non visibile del presente, il patrimonio culturale che sta nella testa delle persone.
Recentemente arrivata anche la notizia che Massa non è più, dal punto vista statistico, una città. L’Istat ha certificato questa sorta di declassamento, che non ha nessun valore sia da un punto di vista amministrativo che per quanto riguarda lo status storico, ma può essere un avvertimento che va tenuto presente. Il declassamento, infatti, è dovuto ad un elemento di carattere demografico che può essere un sintomo di un processo di regresso non solo demografico ma di qualità della vita e di conseguenza anche dei presupposti per il mantenimento e lo sviluppo di quel patrimonio culturale invisibile di cui parlavo prima. I parametri per poter definire un centro urbano città sono due, la quantità degli abitanti (almeno 50.000) e la densità di popolazione nel centro urbano che deve essere più di 1500 abitanti per chilometro quadrato. Massa ha perso il secondo requisito. La riduzione dell’indice di densità, infatti, può segnalare fenomeni quali la riduzione dei luoghi di incontro, l’aumento di spazi di consumo e quindi la riduzione dei cittadini intesi come persone interessate alla manutenzione dei livelli di qualità della vita del luogo dove vivono, e l’aumento di quelli che possiamo definire utenti, cioè persone poco interessate a come si vive in quel luogo. In sostanza si presume, anzi si vede lo chiusura di negozi storici e di vicinato, lo spostamento altrove della vita quotidiana delle persone, la sua frammentazione in momenti che non riescono più a tenere unita una comunità. Tutto il tessuto urbano subisce modificazioni importanti, e tra queste non è esente la dimensione culturale.
Recentemente mi è ricapitato tra le mani un libro di fotografie di Piero Pierottii (P. Pierotti,Città di notte, Pisa, Felici, 2009). L’autore era uno studioso di Storia dell’Urbanistica, docente dell’Università degli Studi di Pisa. Ha sviluppato una metodologia di lavoro definita ecostoria, che si fonda sull’osservazione diretta e sull’interpretazione delle fonti materiali, piuttosto che sulle fonti scritte. In questa metodologia trova un posto di primo piano la fotografia. Ma il libro che ho sottomano non contiene il tipo di fotografie utili per l’ecostoria. Pierotti infatti è anche un narratore, ha scritto un romanzo divulgativo sulla Torre di Pisa, e un fotografo interessato alla fotografia come strumento di espressione personale. Ad un certo punto della sua carriera Pierotti ha deciso di passare dalla fotografia precisa rigorosa degli edifici, degli scorci paesaggistici, dalla fotografia oggettiva, alla fotografia imprecisa e imperfetta della soggettività. In questa dimensione soggettiva Pierotti inserisce anche la sua filosofia della notte. Pierotti si getta in quest’impresa come per sfida. “la fotografia non vede il nero e si deve trovare il modo di dare senso al nero che entra di forza dell’inquadratura”. La Fotografia notturna è per sua natura, secondo Péierotti, la fotografia dell’imperfezione dell’imprecisione e questa imperfezione rende possibile far proprio l’oggetto fotografato: la città.Città di notte,è un libro su Pisa fotografata di notte. Il libro si apre con un testo dal titolo “dare senso al buio”. Alla base del libro di Pierotti c’è la ricerca di un rapporto diverso con la città rispetto fotografia alla luce del sole. È un modo di vivere la città in cui l’oggettività della fotografia diurna si trasforma nella soggettività dello sguardo del fotografo e tutto si presenta sotto un aspetto differente. È quasi un altro mondo la città fotografata di notte. Partendo da queste parole oggi guardo queste fotografie con un sentimento di distacco, non nel senso di estraneità, ma nel senso di una nostalgia velata dalla malinconia. Anche le foto di Pierotti come quelle di Massa fotografata di notte sono malinconiche. Dare senso al buio è una sfida e si può affrontarla in molti modi, anche cogliendo la malinconia del buio, la malinconia della mancanza di vita attiva, la presenza di una certa staticità come se il tempo abbia subito un rallentamento. Invece il degrado della città nelle notti della movida, dove il tempo riprende a camminare con la sua velocità, anzi tende ad accelerare, dove gli spazi si popolano di persone gesticolanti, urlanti, dove il rumore cancella il brusio tendente al silenzio della notte, è invece la perdita di senso, smarrimento totale del senso. Che cosa rimane di quelle malinconiche ma tranquille passeggiate quasi solitarie tra i pochi tavolini, l’incontro con qualche giovane seduto sulla scala del Duomo, la piazza deserta con le luci delle finestre del Palazzo Ducale che indicano la presenza di qualcosa all’interno di quelle stanze senza riuscire a capire che cosa, le vetrine illuminate riempite di manichini che in qualche modo richiamano la pittura di Edward Hopper, una pittura altrettanto malinconica ma piena di senso. Dietro questo alone di malinconia c’è un senso e la fotografia riesce a coglierlo. Dietro la violenza delle bande, dietro violenza contro le donne, contro chi è diverso o addirittura dietro la violenza senza ragione esercitata solo perché la violenza costituisce un tentativo di affermare una propria identità, un modo per uscire da un intollerabile anonimato non c’è alcun senso. Violenza e gruppo costituiscono l’alternativa solo per chi non ha altra alternativa per esprimere il prrio disagio, la propria insoddisfazione, la propria malinconia.
Nonostante l’alone malinconico che le circonda allora quelle fotografie scattate qualche anno fa si possono guardare con nostalgia, la nostalgia di un mondo forse malinconico, ma di un mondo più vivibile in cui era possibile trasformare la propria tristezza in forme espressive dotate di un senso, di capacità comunicativa. Far rimpiangere una città malinconica comunque è un atto di accusa non da poco per il presente.
massimocec giugno 2026
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