
Possiamo chiederci che cosa può significare intorno a Massa. Senza dubbio sono esclusi da questa carrellata i luoghi e gli spazi del centro della città e la sua immediata periferia. Allora che cosa può significare intorno a Massa, che cosa rimane? Direi molto e quel molto è un molto di notevole interesse non solo paesaggistico o turistico, ma anche storico e culturale. L’aspetto più interessante è la varietà di paesaggi. Nel giro di uno sguardo si passa dalla distesa marina alla verticalità e all’asprezza dei monti, delle Alpi Apuane. La stessa velocità con cui dello sguardo cambia inquadratura la troviamo nello spostamento da un luogo all’altro. Nell’arco di poco più di un’ora si può passare dalla spiaggia affollata e assolata ad una gola montana immersa nei boschi o agli aspri e pietrosi versanti punteggiati dalle cave a ancora a spiazzi che consentono di estendere dall’alto lo sguardo fino a raggiungere le isole dell’alto Tirreno.
Partendo, nel rivolgere lo sguardo su questa varietà di paesaggi, dalla costa si possono osservare almeno tre aree geografico culturali diverse: Ronchi, Peveromo, la prima, Marina di Massa la seconda e infine la terza, la zona della Partaccia, di Ricortola e del Bondano.

La prima zona dell’’area costiera, partendo da sud, è quella di Ronchi e Poveromo, un’area oggi diventato un po’ anonima ma con un passato ricco di storia legata soprattutto alla presenza di un paesaggio rimasto per molto tempo incontaminato e perciò ricercato dagli amanti della natura come il gruppo di donne, Carolina Agnetti (Lola), Irene de Guttry, Lavinia Mazzucchetti, Dora Mitzky, Lucia Paparella, che negli anni venti la scoprirono e la fecero conoscere ad altri personaggi illustri di quell’epoca provenienti da tutta Europa, letterati, artisti, filosofi, un gruppo di persone che costituì qualcosa di simile ad una comunità che presentava alcuni aspetti comuni con quella fondata in Svizzera, agli inizi del Novecento ad Ascona, sul Monte Verità, una comunità, quest’ultima, costituita da un gruppo di vegetariani che potremmo definire utopisti radicali, animata da ideali naturisti, teosofici e anarchici. Giravano vestiti con un lungo camicione, portavano i capelli lunghi, erano convinti di portare avanti una rivolta anti-industriale e contro le convenzioni sociali della società borghese, praticavano una vita a diretto contatto con la natura, coltivavano orti, consumavano ciò che producevano, abitavano in casette di legno da loro stessi costruite.
Pe comprendere meglio lo spirito di Monte Verità e il suo ruolo nella cultura di inizio Novecento possiamo fare riferimento a un personaggio come Isadora Duncan, la pioniera della danza moderna. La Duncan fu una dei personaggi che gravitò attorno a Monte Verità, attratta da questo ambiente che rifiutava le convenzioni sociali a favore del ritorno alla natura e della liberazione del corpo, una filosofia che coincideva con la sua idea di danza “libera”, basata sul rifiuto delle costrizioni della danza classica, a cominciare dal rifiuto delle scarpette e degli abiti. La Duncan danzava a piedi scalzi, vestita da veli ondeggianti. La sua era una ricerca di movimenti spontanei ispirati dalla musica, che richiamavano le pitture dell’arte greca antica e la natura della tragedia antica, il dionisiaco di ispirazione nietzschiana. Nella sua visione della danza il corpo è l’espressione dell’anima che ha nel ritmo il suo principale elemento espressivo. I gesti della danza nascono dall’interno del corpo, dal respiro e dai battiti del cuore, come accade per le onde del mare e del vento. Isadora Duncan non ha mai soggiornato a Poveromo ma in Versilia, a Lido di Camaiore, ospite di Eleonora Duse in un momento tragico della sua vita, subito dopo la morte dei suoi due figli annegati. Nella fotografia qui sotto riprodotta Isadora Duncan danza in riva al mare, al mare della Versilia, e la fotografia coglie pienamente i contenuti della sua filosofia della danza e della sua idea della vita. Isadora Duncan può costituire un esempio della concezione della vita che stava dietro all’innamoramento di quelle donne per Poveromo, un innamoramento che dette vita ad una vera e propria vicenda sentimentale, una vicenda è narrata da Fabrizio Alberti e Francesco Miliani Knox nel loro libroLe Muse Versilia. Spiriti liberi a ronchi Poveromo 1918 1968(Roma, Edizioni di letteratura e arte, 2024).

La comunità di Poveromo non raggiunse mai i livelli di utopia e di rigore della comunità di Monte verità, ma era animata da un alone di ideali e di aspirazioni che evocava quegli ideali e quei valori, il rapporto con la natura diretto, la liberazione dalle convenzioni sociali, il bisogno di allontanarsi dalla invadente società dei consumi e dello svago che stava avanzando sempre più. Era un alone che aveva portato quel gruppo di intellettuali ad amare e vivere in un luogo come Poveromo perché era lontano dal turismo balneare che stava prendendo piede in quasi tutte le località che la circondavano, da Marina di Massa, a Forte dei Marmi, a Viareggio, per il suo esser un mondo isolato, incontaminato, dove era possibile stabilire un contatto diretto con la natura. Anche quella di Ronchi Poveromo all’inizio era una comunità spirituale, anche se successivamente, pur mantenendo vivi i legami con lo spirito iniziale, divenne un luogo dove molti personaggi illustri del mondo della politica, della cultura iniziarono ad arrivare incoraggiati dal gruppo iniziale delle pioniere, costruendo ville progettate da famosi architetti con l’intento di non rompere il legame con l’ambiente circostante, di inserirsi nel paesaggio incontaminato di Poveromo senza rotture, senza urlare per annunciare l’arrivo dei nuovi ospiti, ma inserendosi silenziosamente e con discrezione. Anche alcune delle pioniere furono prese da quel vento e trasformarono le loro case in pensioni e case in affitto.
Quel mondo ebbe termine quando negli anni Sessanta la Versilia divenne il luogo dove si concentrarono i locali che animavano la vita notturna, la Bussola di Sergio Bernardini, la Capannina di Franceschi, locali che ospitavano i cantanti più in voga di quel periodo, locali che animavano una intensa vita notturna, un viavai di grandi nomi dello spettacolo, una vetrina aperta su nuovi stili di vita che stavano prendendo piede, non senza contraddizioni e contrasti, nell’Italia del boom. Ronchi Povermo con il locale messo in piedi da Oliviero divenne l’ultima propaggine di quel mondo che rappresentò per certi aspetti un’epoca d’oro caratterizzata dal il boom del turismo, un turismo che richiamava la “Dolce Vita” felliniana. Era la Versilia “degli anni ruggenti», anni in cui la costa della Versilia con la sua propaggine apuana costituiva un centro attrattivo di importanti iniziative di carattere culturale, artistico, dello spettacolo e dello sport. Alla Bussola, alla Capannina e da Oliviero si esibivano personaggi come Mina, Carosone, Dalida, Milva, Patty PravoPeppino Di Capri, Ornella Vanoni, Celentano, Gino Paoli, Teddy Reno, Domenico Modugno, Charles Aznavour, Fred Bongusto che tra l’altro aveva portato al successo una canzone comeUna rotonda sul mare, che aveva tra gli autori il musicista massese Pietro Faleni. Molti furono i film ambientati sul litorale della costa dell’alta Toscana, daFrenesie dell’estateaGuendalina. In una scena di uno di questi filmUna Vita difficile, Alberto Sordi, sbattuto fuori da Oliviero dopo aver invano cercato di riconquistare la moglie, disperato, sfoga la sua delusione sputando sulle macchine che circolano sul viale a mare di Poveromo. È il simbolo delle contraddizioni che il boom economico si porta dietro, della difficoltà di conciliare lo sviluppo economico con la giustizia sociale e i valori che il personaggio interpretato da Alberto Sordi cerca di portare avanti.


Di quei mondi, del mondo incontaminato e solitario che attirò le pioniere di Poveromo, e del mondo affollato dei locali notturni e dei personaggi dello spettacolo oggi rimane poco. Ruderi. A partire dagli anni Settanta, quei mondi sono stati cancellati dalle esigenze portate avanti dal dilagare del turismo di massa e dalla società dei consumi, dal successo del nuovo mezzo di comunicazione, quello televisivo. Ronchi e Poveromo si sono riempite di case anonime, palazzi, stabilimenti balneari che oramai costituiscono una catena continua da Viareggio al porto di Carrara e oltre, locali in grado di ospitare una nuova forma di turismo, non interessato al rapporto con la natura ma anche non in grado di sostenere i costi e i contrasti del turismo elitario dei locali notturni.
Un’altra area che incontriamo lungo la costa procedendo verso nord è quella del centro di Marina di Massa. È l’area con una storia di turismo balneare più lunga delle tre. Già intorno al 1830 sono presenti progetti di costruzione di cabine in legno per l’arenile massese, ma è intorno al 1870 che venivano aperti i primi stabilimenti balneari come il Galatea, seguito poi da altri stabilimenti come il Doride, uno stabilimento edificato su palafitte dotato di sala da gioco, sala da ballo, terrazza sul mare e ristorante. Nei primi anni del Novecento veniva inoltre inaugurato l’albergo Tirreno in quella che oggi è la piazza Betti. Già alla fine dell’Ottocento, infatti, la moda della balneazione aveva iniziato a diffondersi anche sulla costa massese e aveva coinvolto Marina di Massa. Lo testimoniano alcuni edifici dell’area costiera, architetture di inizio Novecento, ville signorili quali l’attuale Hotel Italia o villa Doria che guardano il mare, corredate di torrette panoramiche, decorazioni in ferro battuto e giardini. Marina di Massa diventò abbastanza rapidamente una zona turistica, inizialmente come luogo di villeggiatura delle famiglie massesi, facilitate anche dalla presenza di una tramvia che da Forno, passando per il centro di Massa, arrivava a Marina, nei pressi del pontile. Poi arrivarono ricche famiglie del nord Italia che iniziarono a costruire ville lungo la costa, trasformando Marina in una delle località destinatarie di un turismo di élite in concorrenza con le vicine Forte dei Marmi e Viareggio. Il problema di Marina di Massa era quello della presenza del pontile che serviva come punto di attracco per le navi che imbarcavano merci ma soprattutto i marmi estratti dalle cave delle Apuane. Convivevano quindi una accanto all’altra due attività non proprio compatibili quali quella del trasporto dei marmi, con l’esigenza di avere spazi per lo stoccaggio dei blocchi di marmo, e quella turistica. Forse per questo, ma anche per altri motivi, non esclusi quelli delle scelte politiche fatte durante il ventennio, la corsa di Marina di Massa per diventare una località di villeggiatura di livello nazionale se non europeo, pur avendone tutti i requisiti a livello paesaggistico e climatico, si interruppe nel periodo tra le due guerre. Oggi anche Marina di Massa, con l’espansione edilizia degli anni Sessanta e Settanta, la costruzione di condomini di grandi dimensioni, ha assunto un altro aspetto e un’altra identità, diventando più simile a un quartiere residenziale di una periferia urbana che ad un centro turistico.

La terza area costiera è quella a nord di Marina di Massa, quelle del Bondano, di Ricortola, della Partaccia occupata in gran parte da edifici che durante il periodo tra le due guerre erano colonie e oggi luogo di insediamento di numerosi campeggi. La diffusione delle colonie era iniziata anch’essa alla fine dell’Ottocento, primi del Novecento. In quella prima fase erano colonie per bambini che soffrivano della malattia allora più diffusa, la tubercolosi. Tra il 1913 e il 1914 vienne costruita a Marina di Massa la Colonia Ugo Pisa, una struttura in grado di accogliere oltre 400 bambini. Come in altre località, compreso Viareggio, l’idea di dover ospitare questi bambini non fu accolta con entusiasmo dalla popolazione locale. Il progetto delle colonie a Marina di Massa dette vita a una serie di proteste da parte dei residenti e dei bagnanti, preoccupati per la vicinanza di bambini malati in prossimità di luoghi abitati e frequentati. È per questo motivo che venne scelta l’area di Bondano, allora località scarsamente abitata e abbastanza lontana da Marina di Massa. Oggi la Colonia Ugo non esiste più come non esiste più il bellissimo parco che la circondava. Strani parallelepipedi hanno preso il posto dell’edificio originario. I pini sono stati abbattuti perché ammalati e lo storico ponte che attraversava la strada mettendo in comunicazione il corpo di fabbrica sulla spiaggia, che ospitava i dormitori, le cucine, le infermerie ed le stanze per le cure elioterapiche; e quello nella pineta, che invece ospitava gli uffici e la direzione amministrativa e permetteva l’accesso alla pineta, costruito per permettere ai bambini di spostarsi da un complesso all’altro senza passare dalla strada è stato abbattuto.
Sempre nei primi decenni del Novecento fu costruito l’edificio di quella che oggi è il centro vacanze “Regina Pacis” e che originariamente era una colonia nata su iniziativa del provvidenzialismo cattolico per l’assistenza all’infanzia. Alla Colonia Ugo Pisa poi si aggiunse anche la Colonia Parmense , oggi sede dell’alberghiero Minuto, costruita negli anni venti dall’amministrazione provinciale di Parma per accogliere i bambini emiliani per soggiorni terapeutici per combattere la tubercolosi e la scrofola.
Questa area subì forti trasformazioni nell’epoca del fascismo attorno agli anni Venti e Trenta. In quella fase fu costruito l’edificio che oggi ospita il centro di riabilitazione e l’hospice Don Gnocchi, anch’esso inizialmente adibito a colonia marina per i figli dei dipendenti del Monte dei Paschi di Siena. Ma gli interventi più sostanziosi si ebbero quando il litorale apuano divenne sede di colonie di villeggiatura per i figli dei lavoratori delle grandi industrie del Nord-Italia. La più importante tra queste colonie e tuttora funzionante come sede di ospitalità turistica nel periodo estivo è l’ex Torre Balilla, poi chiamata Torre Edoardo Agnelli e oggi conosciuta come Torre Fiat, costruita dalla Fiat nel 1933. È un edificio singolare, una torre cilindrica che si solleva dalla spiaggia a pochi passi dal mare per oltre 52 metri. Ha due sorelle quasi gemelle progettate dallo stesso architetto, Vittorio Bonadè Bottino, al Sestriere. Sempre all’architetto Bottino si deve il progetto, sempre a torre, della Colonia montana di Sauze d’Oulx, in Val di Susa in Piemonte, realizzata nel 1936.
Vicino alla torre Fiat ci sono altri edifici una volta adibiti a colonie, la Colonia Ettore Motta, realizzata dal gruppo Edison, e la Colonia XXVIII ottobre, successivamente ribattezzata Colonia Torino, un gigantesco parallelepipedo costruito in perfetto stile razionalista con un fronte di ben oltre duecento metri di lunghezza, capace di ospitare più di mille bambini, costruita per i figli dei fasci residenti all’estero e della Federazione Fascista di Torino. Tutti questi edifici oggi sono grave stato di abbandono e insieme all’erosione della spiaggia oramai sparita in alcuni tratti, contribuiscono a dare un’immagine negativa della zona, un’immagine che non può che suscitare un senso di inquietudine e di malinconia.
Certo anche l’immagine della vitalità del periodo in cui tali edifici ospitavano migliaia di bambini, se liberata da aloni di ingenua simpatia per l’infanzia, non può che destare sentimenti simili, anche se legati ad aspetti e motivazioni diverse. Il potenziamento delle colonie durante il periodo fascista era legato infatti al mutamento delle finalità di queste strutture. A stimolare la costruzione di colonie non erano più o non solo le esigenze di carattere terapeutico, ma altre esigenze di carattere politico e sociale con in primo piano quelle della costruzione dell’uomo nuovo, dell’uomo fascista a partire dal lavoro educativo e propagandistico esercitato sulle generazioni dei giovanissimi. Un peso non indifferente fu esercitato anche dal progetto di risanamento della razza a partire dalla cura della sanità fisica e morale dei giovani italiani finalizzata a creare una popolazione adulta adulti in grado di fornire alla patria fascista un esercito forte, utile per sostenere la politica di potenza necessaria per portare avanti l’utopia della creazione dell’impero. In conseguenza di ciò le colonie persero le caratteristiche ospedaliere per far posto a nuovi elementi architettonici utili a consentire attività quali le attività ginniche, i momenti rituali legati a principi educativi come l’alzabandiera e l’ammaina bandiera, i giochi collettivi. “La vita in colonia è uniformata agli stessi ritmi e indirizzi per tutti i piccoli ospiti. Le stesse divise, gli stessi canti, le stesse liturgie giornaliere dirette a forgiare una mentalità collettiva uniforme” (Stefano Pivato,Andare per colonie estive, Bologna, Il Mulino, 2023). A guidare la vita in colonia era una serie di indicazioni dettagliate su diete e norme igieniche, sulle divise e i costumi per “mirare alla creazione di quello che viene definito l’«armonico collettivo»” (Stefano Pivato,Andare per colonie estive, Bologna, Il Mulino, 2023). Nuovi obiettivi di carattere politico e sociale quindi che includono anche la maestosità degli edifici introdotta come ulteriore strumento educativo, come elemento in grado di stupire i giovani ospiti, di farli sentire parte di un grande progetto di grandezza.
Nel secondo dopoguerra, soprattutto per effetto del boom degli anni Sessanta, quando prese piede l’abitudine alla vacanza familiare, si attenuò l’importanza della colonia estiva fino a scomparire quasi del tutto. I giganteschi edifici furono riconvertiti o lasciati vuoti in preda al degrado del tempo. A Massa, prima dell’abbandono delle colonie che oggi è visibile lungo la costa o la parziale riconversione di alcune di esse, ci fu l’ultimo guizzo della spinta alle colonie estive, la costruzione, negli anni dell’immediato dopoguerra, di un’ultima colonia, la Colonia Olivetti, anch’essa situata a Marina di Massa a pochi metri dalla spiaggia. Fu uno degli ultimi tentativi di far sopravvivere tale forma di vacanza sulla base però di nuovi principi educativi che esaltavano la necessità di dare spazio alla spontaneità creativa del bambino, di irrobustire la ricchezza dei rapporti con i coetanei attraverso la formazione di gruppi cooperativi sotto la guida degli adulti, obiettivi raggiungibili grazie alla costruzione di spazi, arredi e strumenti “a misura di bambino”. Ancha la Colonia Olivetti oggi è vittima dello stato di abbandono che contraddistingue gran parte delle colonie degli anni Trenta e la vegetazione ha preso il sopravvento sia sulle linee dell’architettura razionalista con cui anche questa colonia fu progettata e realizzata, sia sui principi pedagogici che stavano dietro quelle architetture.
Oggi le zone del Bondano, della Partaccia e della Ricortola sono zone a vocazione turistica, una vocazione messa però in pericolo dalla forte erosione della spiaggia oramai quasi scomparsa e tenuta in vita da continue opere di ripascimento. Sono zone caratterizzate da un’alta concentrazione di campeggi e villaggi turistici e da aree a carattere residenziale che con difficoltà possono fornire una chiara indicazione identitaria.
Dietro la linea di costa l’intorno di Massa comprende un’area agricola e il tentativo di mettere in piedi un’area industriale, tentativo in gran parte fallito.
L’area tra la zona costiera e le prime pendici delle Alpi Apuane è stata per lungo tempo una zona agricola realizzata grazie ad un lungo lavoro di bonifica portato avanti in secoli e in periodi diversi. L’area agricola si distingue a sua volta in un’area pianeggiante caratterizzata dalla presenza di un’agricoltura tendenzialmente finalizzata alla produzione di ortaggi e coltivazione di alberi da frutto, e in un’area collinare specializzata nella produzione olearia e vinicola.
L’area agricola pianeggiante è un’eredità storica legata al lavoro di bonifica che ha, tra le atre cose, lasciato in dote una vasta area occupata da folte pinete, quelle pinete evocate dai personaggi che hanno popolato anche la zona costiera di Ronchi Poveromo come elementi del paesaggio naturale. Massa, come gran parte delle zone costiere del Tirreno, era un’area malsana e paludosa abitata perlopiù da pastori e da contadini che coltivavano quei pochi terreni che la palude lasciava liberi dalle acque stagnanti, con il rischio comunque di ammalarsi di malaria e di altre malattie diffuse nelle popolazioni costiere anche per il tipo di alimentazione cui erano costrette. La presenza degli stagni, le conseguenze delle frequenti inondazioni provocate dai fiumi a carattere torrentizio che percorrono la stretta fascia costiera, primo tra tutti il Frigido, resero necessarie le prime bonifiche a partire già dalla metà del Cinquecento. È sotto il dominio dei Cybo-Malaspina che la prevalente agricoltura di sussistenza iniziò gradualmente a trasformarsi in un sistema misto di orticoltura e coltivazioni arboree, quel sistema che nei secoli ha modellato il paesaggio locale. Di quest’area oggi rimane poco. L’istituzione durante il ventennio fascista di una Zona Industriale Apuana a cavallo tra Massa e Carrara e l’espansione edilizia hanno divorato gran parte della zona agricola pianeggiante.
A ridisegnare una gran parte di questo territorio è intervenuta infatti durante il fascismo l’introduzione di un’area destinata allo sviluppo industriale, la Z.I.A. o Zona Industriale Apuana. La Z.I.A. fu istituita nel gennaio 1939 per contrastare la notevole disoccupazione che caratterizzava la zona massese in quanto era diminuita, come conseguenza della crisi mondiale degli anni Trenta, l’esportazione di marmo che costituiva la principale ricchezza della zona. Molte aziende furono attratte dalle agevolazioni fiscali o spinte, attraverso pressioni politiche, ad installare nella Z.I.A. i loro impianti. Arrivarono negli anni successivi all’istituzione della Z.I.A., che rimase in vita anche dopo la fine della guerra, la Breda, la Marelli, l’Innocenti, la Montecatini, l’Iri, la Edison, la Fiat, la Piaggio, la Snia-Viscosa, il Pignone. È evidente che la Z.I.A. nacque soprattutto per fini sociali e politici in un territorio con scarsa vocazione industriale. La Z.I.A. di Massa era infatti un’area costruita artificialmente, lontana sia dai centri di approvvigionamento delle materie prime di molte delle aziende che vi si erano insediate, sia dai mercati di sbocco dei loro prodotti. Un’area, tra l’altro, in netto contrasto con la vocazione turistica che aveva caratterizzato l’area costiera. La produzione effettiva da parte delle aziende che si erano insediate nell’area ebbe inizio soltanto nel 1942, con la guerra già in fase avanzata. La produzione industriale fu quindi molto al di sotto delle previsioni, gli stabilimenti attivati nell’area apuana produssero annualmente, in media, soltanto, il 40-50% di quanto si era prospettato di produrre. Inoltre, la prima fase di industrializzazione avvenne senza un preciso coordinamento perché non era stato prevista la creazione di un ente specifico per la gestione della Zona. In conseguenza di ciò si venne a determinare una situazione caratterizzata dall’arrivo dei grandi gruppi industriali e di piccole imprese locali non legate a quei gruppi e ciò costituì una delle cause del fallimento del progetto.
Con la guerra e nel primo dopoguerra le difficoltà della Z.I.A. aumentarono, nonostante la decisione di tenerla in piedi presa negli anni dell’immediato dopoguerra, non senza contrasti e dubbi sull’utilità di mantenere in vita le zone industriali create dal regime fascista come antieconomiche e estranee ad una progettazione nazionale di rilancio industriale.
Il primo ostacolo fu rappresentato dalle conseguenze che il conflitto aveva prodotto in una delle zone del territorio italiano dove lo scontro tra le varie forze in campo fu più duro e lungo, la zona a cavallo della linea gotica. Nel 1946 alcune industrie avevano cessato le attività, altre avevano rinviato la ripresa aspettando tempi migliori e solo poche avevano, con molte difficoltà, riavviato la produzione. Si trattava di ricostruire gli impianti, di ripristinare la fornitura d’energia elettrica, di rimettere in piedi la rete delle vie di comunicazione.
Il disagio sociale nell’area apuana nel dopoguerra era notevole e non accennava a diminuire con il passare del tempo, un disagio che minacciava di sfociare in agitazioni o disordini. Il pericolo di tali conseguenze contribuì a far superare i dubbi circa l’opportunità di riattivare la Z.I.A. Nel 1947 il Consiglio dei Ministri approvò il provvedimento concernente la Z.I.A. apuana con l’obiettivo di stimolare le iniziative lo sviluppo industriale dell’area apuana anche attraverso la costituzione di un ente di coordinamento, il Consorzio della Z.I.A. Prese vita così una fase di accelerazione del processo di industrializzazione della zona sostenuto da una serie di interventi che prevedevano il completamento dei servizi stradali, idraulico-fognari e telefonici, la costruzione o il potenziamento di alcune infrastrutture che sembravano di vitale importanza per la realizzazione degli obiettivi fissati quali la costruzione di un aeroporto al Cinquale, il completamento del porto di Marina di Carrara attraverso il prolungamento del molo di ponente e la costruzione di un nuovo molo a levante, di un pontile e di una banchina per poter consentire l’attracco di grandi petroliere, la costruzione di un bacino idroelettrico nella zona di Tendola, nel comune di Fosdinovo, per la fornitura di energia elettrica. Al di là della realizzazione dell’intero progetto, comunque, negli anni Cinquanta nella zona vi fu una discreta ripresa dell’attività industriale, una ripresa caratterizzata però dalla difficoltà da parte delle grandi aziende di dare vita a iniziative collaterali che coinvolgessero il tessuto produttivo locale. Inoltre, altra caratteristica della Z.I.A. e ra la significativa contrazione della presenza dei grandi gruppi metalmeccanici rispetto alla situazione iniziale e il progressivo aumento della presenza di colossi chimici quali la Montecatini e la Rumianca.
Anche dal punto di vista logistico la situazione che si venne a creare non aiutò la crescita della Z.I.A. in quanto la centralità acquisita dal porto di Livorno rispetto a quello di Marina di Carrara metteva in discussione le prospettive strategiche dell’area apuana.
Negli anni successivi, quelli del boom per l’industria nazionale, la Zona Industriale Apuana non fu interessata da uno sviluppo altrettanto dinamico soprattutto a causa del già ricordato limite della incapacità da parte delle maggiori aziende di generare iniziative collaterali a livello locale in grado di rafforzare il tessuto produttivo locale.
L’arrivo a metà degli anni Settanta delle grandi imprese chimiche come la Farmoplant specializzata nella produzione di fitofarmaci ed insetticidi, in particolare del famigerato “Rogor”, da un lato dette impulso alle attività produttive della Z.I.A., dall’altro creò le condizioni per l’esito catastrofico della iZ.I.A. dovuto ai danni creati all’ambiente da parte di queste industrie. Da un lato, infatti, gli anni Settanta costituirono il periodo migliore per le attività della Z.I.A., con una crescita sia del numero degli impianti produttivi che degli occupati. Dietro questa crescita sollecitata dal bisogno di lavoro in una delle zone più povere della Toscana ci fu però una sottovalutazione dei rischi legati a tali produzioni. L’incidente del 17 luglio 1988 in seguito al quale una nube tossica si diffuse in una vasta area dalla Versilia a La Spezia fu l’ultimo evento di una lunga serie che avevano portato la popolazione a protestare per la presenza di tali produzioni. Già nel 1980 la Farmoplant era stata riconosciuta come “industria insalubre di 1ª classe […] configurabile come attività ad alto rischio” ed erano state richieste rassicurazioni particolarmente rigorose dell’esistenza di garanzie che tali attività non fossero pericolose per la salute della popolazione. Nello stesso anno la Farmoplant era stata chiusa per un certo periodo provocando le proteste dei lavoratori. I massesi a loro volta chiedevano la chiusura definitiva di Farmoplant e la revoca dei licenziamenti. La fabbrica riaprì nonostante le proteste dei cittadini che abitavano nelle sue vicinanze. Nel 1987 fu indetto un referendum consultivo per la chiusura e bonifica area Farmoplant poiché nel frattempo erano emersi altri dati preoccupanti per la salute dell’ambiente e dei suoi abitanti. Nel 1984 era stata rilevata la presenza di diossina nel suolo di un magazzino dell’azienda chimica Enichem di Avenza e il Comune di Massa, nel frattempo, aveva diffidato la Farmoplant di non procedere all’incenerimento di rifiuti esterni allo stabilimento come invece veniva fatto. Sempre nel 1984 a Bhopal, città dell’India, la fuoriuscita di un materiale per la produzione di fitofarmaci da uno stabilimento causò la morte di diverse migliaia di persone. La notizia che nello stabilimento della Farmoplant si utilizzavano gli stessi materiali fece sì che una gran parte dell’opinione pubblica si si pronunciasse per la chiusura definitiva di Farmoplant.
A livello politico regionale si cercò di frenare il moto di protesta elaborando un progetto alternativo alla chiusura dello stabilimento, il “Progetto Massa”, che però non venne accolto favorevolmente e venne portato avanti l’iniziativa per arrivare ad un referendum che, per altro, non era previsto né nello statuto regionale né nei regolamenti dei comuni interessati. Dopo aver superato questi intoppi normativi, il 25 ottobre 1987 si tenne il Referendum Consultivo nei comuni di Massa, Carrara e Montignoso. I favorevoli alla chiusura della Farmoplant costituirono una maggioranza schiacciante di tutti coloro che parteciparono alla consultazione referendaria. Il sindaco di Massa revocò le licenze di produzione rilasciate alla Farmoplant e la Farmoplant licenziò i suoi dipendenti. Il Tar
della Toscana annullò la revoca delle licenze e consentì la riapertura di Farmoplant. I lavoratori dello stabilimento furono riassunti. Così si arrivò a quel fatidico 17 luglio del 1988 quando il serbatoio contenente Rogor esplose per aumento interno della pressione dovuto ad un surriscaldamento del liquido. Nelle prime ore successive all’incidente la Protezione Civile minimizzò le conseguenze, considerando la nube tossica come una “nube maleodorante e non inquinante” che “si sta già disperdendo” e che “la situazione è rientrata nella normalità”. Ma nelle ore successive le autorità cambiarono parere sulla pericolosità della nube e si iniziò a raccomandare di “non consumare frutta e verdura prodotta in loco, se non dopo un accurato lavaggio”, a vietare “la balneazione per 500 metri, a destra e a sinistra della foce del Lavello”, divieto che venne poi esteso a 1000 metri nei giorni successivi. I massesi, preoccupati per la situazione e arrabbiati per il mancato rispetto dell’esito del referendum, manifestarono immediatamente la loro contrarietà alla presenza della Farmoplant sul territorio di fronte ai politici arrivati da Roma per discutere sulle iniziative da prendere, ricevendo come risposta cariche della polizia per disperdere la folla e per permettere ai ministri, giunti nel frattempo a Massa, di rientrare a Roma. La protesta comunque servì a far approvare dal Consiglio regionale una mozione in cui si chiedeva la chiusura definitiva dello stabilimento Farmoplant e alla Camera dei deputati un documento in cui “impegnava il governo” a presentare un piano di bonifica per l’area apuana, ad assicurare ai dipendenti Farmoplant le provvidenze che la legge prevede in tali circostanze, a predisporre un piano di disinquinamento e di recupero delle aree Farmoplant ed Enichem e più in generale dell’area della zona industriale apuana, a predisporre con urgenza interventi a sostegno finanziario in favore degli operatori economici legati al settore del turismo e del commercio, a definire un piano di intervento complessivo per i vari settori produttivi, compatibili con l’ambiente, a intraprendere ogni azione verso la Montedison per il risarcimento dei danni. Era soltanto l’inizio di una lunga battaglia ancora oggi non conclusa per la bonifica di quell’area. Nonostante i vari interventi messi in atto, nel 2010 l’area industriale ex Farmoplant risultava ancora inquinata e ancora oggi saltano fuori inquinamenti di territorio in quella zona.

Della Z.I.A. e dei progetti ad essa legati di sviluppo industriale rimane poco. Oggi sono presenti poco più di un centinaio di piccole industrie, di dimensioni quasi a livello artigianale, alcune delle quali collegate all’attività del marmo e dei suoi scarti. Stanno invece prendendo sempre più piede attività legate al terziario e la costruzione per tali attività di enormi edifici, oltre a sale cinematografiche, centri commerciali, supermercati, magazzini. Non mancano neppure nella zona che confina con l’area costiera nuove costruzioni condominiali, e, infine, il nuovo Ospedale. In altre parole, oggi non si può fare a meno di prendere atto del fallimento della Z.I.A., un fallimento che ha lascito sul paesaggio e sul territorio tracce visibili, ferite aperte difficilmente rimarginabili. Basta percorrere le strade che attraversano quello che rimane della Z.I.A. per rendersene conto. Ferite che non sono servite neppure a risollevare la situazione economica della provincia apuana che rimane l’area più povera della Toscana nonostante le sue ricchezze paesaggistiche e storiche, ricchezze che in parte ripagano dal dover convivere con i disastri provocati da decenni di scarsa attenzione alle caratteristiche di questo territorio. Infatti, basta allontanarsi di poco dalla zona industriale per poter godere di altri sguardi, di altre ricchezze visive, le immagini delle montagne, delle Alpi Apuane.
Prima di arrivare alla zono montana vera e propria, c’è però l’area collinare, la seconda zona agricola dei dintorni di Massa, una zona caratterizzata dalla presenza di terrazzamenti dove si coltivano la vite e l’olivo. In particolare le viti coltivate sulle colline massesi rivolte verso il mare, che si trova a sud delle colline e che per questo ricevono un’illuminazione solare intensa tutto il giorno, rafforzata anche dal riflesso dallo specchio marino, godono di condizioni estremamente favorevoli che hanno consentito di dar vita ad un’area specifica di produzione vinicola caratterizzata da quella che viene definita unaviticoltura eroicain quanto praticata su pendici ripide dove si può arrivare solo a piedi e grazie ad un lavoro di manutenzione e raccolta delle uve praticato a mano. È l’area del Candia. A fianco del Candia c’è una vetta che è poco più che una collina perché non raggiunge i mille metri: la Brugiana. La sua caratteristica più rilevante è quella di esser una sorta di balcone panoramico sulla costa e su Massa, un altro luogo che consente allo sguardo di rilassarsi, di spaziare fino a raggiungere i limiti estremi dell’orizzonte. Sulla Brugiana comunque non ci sono solo luoghi dai quali ammirare il paesaggio, ma anche attività turistiche, agricole e una comunità per il recupero delle tossicodipendenze.
Dietro quest’area collinare o di bassa montagna ci sono le Alpi Apuane con i loro versanti scoscesi, le cave, le pietraie, le vie di lizza, i sentieri per arrivare sulle vette della Tambura, del Sella, del Vestito, di monte Folgorito.
Per seguire visivamente le Apuane della zona massese possiamo utilizzare due percorsi delineati da due vie di comunicazione completamente diverse tra loro e collocate entrambe nella vallata del Frigido, una sul versante sinistro e l’altra sul versante destro: la via Vandelli, la strada voluta da Francesco d’Este, duca di Modena, e progettata da Vandelli nel Settecento che portava da Resceto alla capitale del ducato, Modena, attraverso il passo della Tambura, la Garfagnana e il valico di San Pellegrino in Alpe, e la Strada Provinciale n. 4 che da Massa si inerpica fino a San Carlo, Pariana, Altagnana, Antona, Campareccia, Pian della Fioba per arrivare, attraverso la galleria del monte Pelato nei pressi del Passo del Vestito, in Garfagnana.
La provinciale n. 4 inizia il suo percorso dalla periferia di Massa, nei pressi di Borgo del Ponte. Dopo qualche tornante attraversa il primo centro abitato, San Carlo Terme. San Carlo è un centro molto piccolo che offre però la possibilità di un primo sguardo panoramico sulla piana costiera dal belvedere che si trova in prossimità delle Terme. Da tale luogo lo sguardo può arrivare finoo a Monte Marcello, all’Isola della Palmaria e a quella del Tino. È ancora uno sguardo a volo d’uccello, un volo abbastanza basso, ma ha un suo fascino. San Carlo è noto anche per il suo pane ma soprattutto per le sue terme le cui proprietà curative erano già note in epoca romana. Ma a funzionare nel senso moderno del termine le Terme iniziarono negli anni Trenta. Non hanno avuto la fortuna di cui hanno goduto altri centri termali. È recente il tentativo di riattivarle puntando sia sulla tutela delle sorgenti sia dello storico parco termale.
Proseguendo lungo la provinciale si incontra un secondo centro abitato, Pariana. Sulla base delle fonti storiche come gli estimi relativi a vari secoli, il territorio dedicato all’agricoltura nei dintorni di Pariana era assai ampio in relazione alla natura montana del centro abitato. Il territorio sfruttato dai contadini per le colture era vasto e le colture erano gestite dalle famiglie che coltivavano piccoli poderi e curavano parti di boschi, le selve, cioè l’insieme delle colture di tipo boschivo sfruttate per la produzione soprattutto di legname. Nelle selve si trovavano anche i “metati” per l’essiccazione delle castagne, indispensabili per la sussistenza della popolazione montana. Si coltivavano ortaggi di vario tipo ma anche olivi e viti grazie al clima mite della zona. È possibile immaginare la vita di paese nel periodo in cui non era ancora iniziato l’esodo dalla montagna con gli uomini intenti a trascorrere i periodi liberi dal lavoro nel bar del paese a giocare a carte a carte o alle bocce, i bambini a giocare nella piazza del paese con tutti quei giochi che oramai sono scomparsi, gli antichi giochi di strada come la corsa coi cerchioni, il gioco dei tappini, la campana e la palla a muro. Anche questo è un mondo sparito che sopravvive, se sopravvive, soltanto nella memoria. Il rischio è che in questi paesi rimangano soprattutto i vecchi e che il lavoro si trovi solo altrove.
Ancora più in alto c’è Altagnana. Altagnana è un piccolo borgo montano costituito da poche case addossate una all’altra. Una volta era un paese attivo anche da un punto di vista produttivo, basato su un’economia agricola vivace. I resti di questa vitalità possono ritrovarsi all’interno del centro abitato dove si possono incontrare, girovagando tra le viuzze, i resti di un frantoio a vite, numerosi forni e qualche telaio a mano. Anche Altagnana, come molti paesi della montagna, ha la sua sagra, la Sagra della Panzanella.
Infine, prima che la strada provinciale diventi una tipica strada di montagna in cui non si incontrano abitazioni, si attraversa l’ultimo centro abitato, Antona. Antona, insieme forse a Forno, è il centro abitato della montagna massese con una storia più complessa. Nel Medioevo era un libero comune, al pari di Massa e San Vitale. Era anche un centro economicamente importante perché nel suo territorio vi era una miniera per l’estrazione del ferro. Il centro di Antona è riservato quasi esclusivamente ai pedoni. Le case sono raggiungibili attraverso una rete di ripidi scalini e viuzze. Ricordo di aver conosciuto Antona molti anni fa grazie ad una cena consumata in ristorante organizzato in una casa e gestito da una simpatica e cordiale signora, con i pasti serviti sui tavolini disposti su uno di questi terrazzi esterni raggiungibile soltanto attraverso un lungo percorso di scalinate. Antona è anche un luogo che conserva antiche tradizioni quali il Maggio, una forma di teatro popolare cantato in cui i contadini mettevano in scena storie di cavalieri e d’amori, e la raccolta delle castagne trasformata in una sagra, la Sagra del Neccio, cioè piccole frittelle di farina dolce. Mentre i Maggi rimandano al ritorno della primavera, la Sagra dei Necci richiama un rito collettivo tipico delle comunità montane, la raccolta delle castagne e la messa in comune dei frutti di questi raccolti per ricavarne la farina e distribuirla poi tra le famiglie. Anche la pastorizia e la produzione della lana costituivano un elemento essenziale dell’economia locale, come testimoniano la presenza di telai. Infine vi erano anche tutte le attività legate alla produzione del marmo e quindi il pericoloso mestiere di cavatore.
Riprendendo il percorso della strada provinciale, il paesaggio cambia, diventa più brullo, erba, e pietre sono i protagonisti visivi dell’ultimo tratto di strada, quello che porta alla galleria del monte Pelato. Prima di arrivarvi però si incontrano almeno tre luoghi degni di interesse. Il primo è la Campareccia. È una località legata soprattutto alla memoria della Seconda guerra mondiale perché teatro di attività delle formazioni partigiane e perché i sentieri che la attraversano erano anche vie di fuga utilizzate dai partigiani per portare i civili oltre il fronte, nel territorio controllato dagli alleati.
Poco più in alto troviamo Pian della Fioba, con l’Orto botanico “Pellegrini-Ansaldi”, una riserva in cui si possono osservare le varietà vegetali delle Alpi Apuane, e il Rifugio “Città di Massa”. Infine, poco prima della galleria del monte Pelato, c’è una sorta di terrazza che si affaccia sul bacino marmifero della zona, senza dubbio meno imponente di quello di Carrara, ma comunque abbastanza esteso.
Ben diverso è l’itinerario della via Vandelli, una strada percorribile soltanto a piedi, sassosa, esposta tutto il giorno al sole, priva di vegetazione. Oramai è un percorso a mezza strada tra un sentiero di montagna e una via di lizza. Punto di partenza della via Vandelli è il paese di Resceto, un piccolo centro abitato situato in uno stretto fondovalle ai piedi del Monte Tambura. Le case di questo minuscolo centro abitato quasi si appoggiano sulle pareti della montagna, addossate l’una all’altra con uno sviluppo soprattutto in altezza, un’architettura che ha nella pietra la principale materia prima. L’estrazione del marmo con tutti i mestieri ad essa legati, la pastorizia, la cura dei castagneti, la raccolta delle castagne e il loro trattamento per ricavarne la farina e l’orticoltura costituivano le principali attività economiche per coloro che vivevano in questo borgo, insieme alla produzione di lardo che costituiva un alimento fondamentale per i cavatori. A Resceto in particolare l’estrazione del marmo e le attività che essa comportava per il trasporto del materiale prima dell’avvento dei camion e della costruzione delle strade di cava hanno lasciato un segno tangibile nella memoria. Ogni anno viene infatti rievocata la lizzatura, cioè l’antico sistema di trasporto a valle dei blocchi di marmo staccati dalle pareti, imbracati mediante un sistema di corde (la lizza) e calati a valle facendoli scivolare su ripide vie di lizza costruite dagli stessi cavatori lungo i pendii delle montagne.
Se da Resceto si volge lo sguardo verso la montagna che è di fronte si possono scorgere residui di un’opera di terrazzamenti, resti di un tentativo portato avanti negli anni Trenta, verso la fine del decennio, dal fascismo per una improbabile valorizzazione dell’agricoltura mediante un’opera di bonifica di uno dei versanti montani per creare terreno coltivabile. Furono abbattuti i castagni e tutti gli alberi d’alto fusto. Furono edificati grandi muri a secco che dovevano sostenere una trentina di grandi terrazze sulle quali dovevano essere impiantate le coltivazioni. Nel dopoguerra il tentativo non fu ripreso e la vegetazione spontanea ha preso il posto delle coltivazioni lasciando però tracce visive evidenti del fallimento anche di questa impresa come quella della Z.I.A.
Anche nella zona di Resceto il ricordo della Seconda guerra mondiale è vivo e non solo per le attività dei gruppi di partigiani. La via Vandelli ebbe un ruolo di primo piano durante la Seconda guerra mondiale quando entrò a far parte di un tragitto percorso da una grande quantità di massesi, soprattutto donne, che attraversavano la montagna apuana e anche l’Appennino per barattare olio, sale e biancheria con farina e pane.
Vicino a Resceto, sullo stesso versante della valle del Frigido, troviamo Forno, un altro centro abitato della montagna massese di notevole importanza per la sua storia e per la presenza di un tentativo di dar vita nella zona montana ad un importante impresa industriale, quella del Cotonificio ligure. Oggi si raggiunge Forno attraverso una strada provinciale, ma dal 1895 al 1935 si poteva raggiungerla mediante una tranvia a vapore che collegava di Marina di Massa e Forno passando per il centro cittadino. La costruzione di tale collegamento era legato anche alla presenza a Forno della filanda, lo storico opificio per la lavorazione del cotone edificato a Forno per sfruttare l’abbondante e continuo apporto d’acqua necessario per le varie fasi di lavorazione. La Filanda di Forno rappresentò la realizzazione di un importante progetto legato all’imprenditoria illuminata e patriarcale della fine Ottocento. Accanto alla fabbrica, infatti, sorse un complesso di abitazioni per i dipendenti, un asilo per i figli dei lavoratori. Chi portò avanti il progetto fu Ernesto Lombardo, un imprenditore cattolico amico di Giuseppe Toniolo. Lombardo da un lato, con alcuni interventi come quelli sopra elencati, ridusse gli elementi più conflittuali nei confronti del rapporto di lavoro, ma dall’altro introdusse anche una forma di paternalismo che creò intorno allo stabilimento una sorta di isola protetta che impedì lo sviluppo di una reale autonomia da parte dei lavoratori. Il cotonificio non superò la crisi economica della fine degli anni Trenta del secolo scorso, anche a causa della chiusura della tranvia. La produzione progressivamente andò diminuendo fino a cessare all’inizio della Seconda guerra mondiale. La filanda fu incendiata dai tedeschi ed è rimasta un esempio di archeologia industriale isolato tra i monti. L’incendio della filanda non fu il solo lascito dell’occupazione tedesca sostenuta dai fascisti. Il 13 giugno 1944, a Forno fu perpetrata una strage da parte delle Le SS tedesche insieme a reparti della Xª MAS che fucilarono 68 persone, compreso il maresciallo dei Carabinieri Ciro Siciliano, accusato di collaborazionismo con le formazioni partigiane che qualche giorno prima avevano occupato il paese e avevano proclamato la Repubblica Libera di Forno.
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