Storia della famiglia
[Gli antenati]

Perché ricostruire una storia della famiglia utilizzando come fonte primaria le fotografie? I motivi sono molteplici e riguardano da un lato la questione personale e dall’altro concetto di storia che ho assunto oramai come punto di riferimento culturale e come una delle cose a cui tengo, come una volta si teneva alle ideologie.
Innanzitutto, perché le fotografie? Perché le fotografie costituiscono un’esca per la memoria, lo stimolo per richiamare i ricordi e quindi per ricostruire, soprattutto in un certo momento della vita quale quello della vecchiaia, la propria vicenda mettendo in relazione persone e vicende personali con le vicende del tempo storico in cui ci è capitato di vivere. È forse un modo per dare un senso questa complessa fase della vita che chiamiamo vecchiaia. Forse si fa più urgente il bisogno di cercare la propria identità attraverso la complessa rete delle relazioni personali, attraverso le connessioni con le vicende generali del periodo che abbiamo vissuto. Forse invece è solo il bisogno di confermare che siamo vivi e abbiamo vissuto. Non so dire. So soltanto che questa ricerca risponde ad un bisogno che forse ora si fa sentire con maggior forza.
Per quanto riguarda invece il rapporto con la storia, il punto di partenza che mi piace ricordare, anche se è un po’ banale, è la canzone di De Gregori “La storia siamo noi”, una canzone di quaranta anni fa (1985):
La storia siamo noi,
nessuno si senta offeso,
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare.
E poi ti dicono “Tutti sono uguali,
tutti rubano alla stessa maniera”.
Ma è solo un modo per convincerti
a restare chiuso dentro casa quando viene la sera.
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone,
la storia entra dentro le stanze, le brucia,
la storia dà torto e dà ragione.
La storia siamo noi, siamo noi che scriviamo le lettere,
siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere.
E poi la gente, (perché è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi,
perché nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
siamo noi, bella ciao, che partiamo.
La storia non ha nascondigli,
la storia non passa la mano.
La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano.
La canzone è banale se a quel “la storia siamo noi” diamo un significato retorico. Ma se cerchiamo di afferrarne il possibile significato politico, scientifico, esistenziale allora emerge il groviglio quasi inestricabile di concetti, di idee cui esso rimanda. La storia siamo noi è evidente perché siamo noi che costituiamo quel mare che si muove inarrestabile, quasi sopra le nostre teste e le nostre volontà. Le onde sono costituite oggi dall’insieme delle persone che vivono in un certo momento sulla Terra, una volta forse in un certo luogo. Ma allora quale è il ruolo dei grandi personaggi che sembrano dare alla storia un loro impulso decisivo e quale il ruolo delle masse in cui i singoli sembrano scomparire. È veramente così che la storia si muove? Capitani che decidono e marinai che subiscono le decisioni? Oppure il movimento della storia è deciso da forze misteriose quali la provvidenza, lo spirito, l’astuzia della ragione, le contraddizioni che si generano all’interno della lotta tra le classi? Nella canzone di De Gregori c’è un po’ di tutto questo, ma c’è soprattutto l’idea che nonostante che la storia nessuno la possa fermare, nessuno può mettersi da parte e pensare che tanto tutto accadrà senza che lui possa fare qualcosa per incidere su quel movimento inesorabile che spinge le onde della storia. E per non mettersi da parte quel movimento, i suoi meccanismi, i suoi effetti bisogna conoscerli. È all’interno di quei meccanismi che si sviluppa quella che chiamiamo la nostra identità, non in termini di radici ma in termini di relazioni, di scambi, di doni. E grazie a quella identità che possiamo dare un nostro piccolo impulso a quel movimento che sembra travolgerci e che altri fanno di tutto per mostrarlo come inesorabile, come meccanismo che solo i grandi uomini possono smuovere. Ciò non vuol dire che tutti siamo uguali. Ci sono evidentemente dei rapporti di forza. Ci sono poterei di intervenire sulla storia differenti. Ma ci sono anche le relazioni tra tuto ciò. Fare storia da un solo punto di vista, sia esso quello di chi ha potere o quello degli esclusi da tali poteri significa fare una storia viziata dallo strabismo. Questa credo sia la lezione delleAnnalese, poi, della microstoria, di Natalie Zemon Davis, con il suoThe Return of Martin Guerre, degli storici che si raccolsero intorno alla rivista Quaderni storici, di Giovanni Levi, di Edoardo Grendi, di Carlo Ginzburg e dei suoi libri, da iBenandanti,alFormaggio e i vermi, testi che non si esauriscono nel racconto di una vicenda particolare, ma che hanno il potere di in profondità i mutamenti, le persistenze in quello strato del passato che sfugge alla storia tradizionale, alla storia che si ferma ai soggetti che sembrano avere in sé tutto il potere di guidare la storia, stimolando quel tipo di storia a rivedere le proprie idee, i propri modelli teorici, le proprie interpretazioni.
Da qualche tempo mi sono avvicinato a quella impostazione della storiografia che va sotto il nome di Public History, impostazione in cui mi riconosco e che qualche modo, inconsapevolmente, ho anticipato come insegnante di storia. Alla base c’è proprio l’idea che la storia sia il prodotto di una sorta di flusso che ci coinvolge e dentro il quale ci muoviamo non come particelle passive, ma come soggetti che faticosamente cercano di ritagliarsi un ruolo. Alcuni lo fanno spingendosi l’uno contro l’altro, altri lo fanno con la consapevolezza che tale ruolo si può avere solo se lo cerchiamo insieme agli altri a chi ci circonda, a coloro che sono in relazione con noi. Ma è questo noi che da risorsa può diventare un ostacolo. Quando il noi viene concepito come un terreno chiuso, delimitato da confini precisi. I confini sono sempre porosi e mobili e il noi non è il prodotto di radici che sostengono la pianta ma, seguendo i suggerimenti di Maurizio Bettini, è un fiume con i suoi affluenti, metafora di una diversa identità basata sul movimento, sugli scambi, sulla possibilità di cambiare le radici viste come tradizioni che se troppo ancorate al suolo possono diventare ostacolo al movimento che costituisce la storia. In sostanza un noi aperto, duttile, capace di innovarsi, curioso, desideroso di conoscere, aperto alla meraviglia che si accompagna con l’inatteso, con l’incertezza della novità.
Che dire poi dell’idea che la storia sia fatta dai grandi uomini. Certo ciascuno di noi lascia delle impronte. Alcune di queste impronte sono più profonde e ben visibili, altre sono tracce che si possono scoprire solo con una sorta di microscopio, come quelle lasciate dalla storia della famiglia che vorrei raccontare. Ma le tracce lasciate da coloro che sono stati in grado di incidere profondamente il terreno non si imprimerebbero senza le microscopiche tracce lasciate da coloro che per la storiografia sono invisibili dimenticati. Per questo credo sia importante non lasciare all’oblio, quando è possibile, le tracce invisibili che sopravvivono nei ricordi delle persone che le hanno viste imprimersi e sopravvivano fintanto che qualcuna di queste persone rimane in vita. Andare alla ricerca di quelle tracce apparentemente invisibili è per me un’impresa piena di fascino, perché è come andare alla scoperta delle strutture profonde della storia, della sua struttura scheletrica che, non visibile, tiene in piedi tutto il corpo. L’interesse per la Public History nasce dall’idea che, almeno in parte, quest’impostazione risponda al bisogno di andare alla ricerca questo strato profondo della storia. Certo la Public History non è solo questo. Dietro ci sono altri problemi che vanno dalla crisi della figura dello storico in cerca di una sua identità e di una funzione sociale, alla ricerca di nuovi spazi professionali per chi si occupa di storia, all’esigenza che non si perda il contatto tra la dimensione scientifica del sapere storico e la divulgazione di tale sapere in una società in cui oramai chiunque può diventare autore e diffusore di notizie indipendentemente dalla loro fondatezza. L’aspetto che più mi interessa però della Public History è la possibilità di creare un rapporto di scambio reciproco tra il sapere storiografico gestito dagli storici e il flusso magmatico che lo alimenta e lo utilizza o dovrebbe utilizzarlo come fonte di energia. Fare storia e conoscere la storia.
Un’ultima notazione. Sono consapevole di aver vissuto un periodo particolare, quello in cui, almeno in un angolo del mondo, una generazione ha vissuto in pace, ha visto crescere all’interno di mille contraddizioni, lotte, sacrifici, il proprio benessere, di aver potuto pensare che il mondo potesse diventare migliore qui in Terra e non in un lontano cielo abitato da un imperscrutabile Dio. Certo era solo un angolo circondato da situazioni terribili di guerra, fame, povertà. Un angolo poi anche complesso al suo interno, basti pensare, per soffermarci solo sul nostro paese, agli effetti delle migrazioni interne, alle differenze tra Nord e Sud, tra classi sociali. Ma è stato un angolo che ha consentito di percorrere un percorso di crescita per molti di noi, anche se non per tutti. Mio padre era operaio e aveva la quinta elementare, mia madre casalinga e aveva la seconda elementare. Io sono riuscito, come molti altri compagni di percorso scolastico, a prendere due lauree e a terminare la carriera scolastica come preside di uno storico liceo classico, uno liceo nato insieme all’Italia, che aveva visto tra i suoi insegnanti un personaggio come Giovanni Pascoli. Anche i mio padre e mia madre hanno assaporato quel mondo, hanno vissuto il fascismo, la guerra, gli anni difficili della ricostruzione, ma hanno anche concluso la loro vita realizzando il loro sogno di girovagare per il “mondo” come sognavano di fare da giovani, quando quel sogno sembrava irrealizzabile. Lo hanno fatto con le mie zie, sorelle di mio padre, la combriccola che è nella foto in fondo alla pagina, per l’Italia e l’Europa. Sono riusciti ad andare a vedere come si viveva in Unione Sovietica, il paese che rappresentava il loro mito, di vivere in una casa decente con riscaldamento, due bagni, senza scale con vista sul viale della Piagge. Le mie zie sono anche riuscite a costruirsi due case. e sono quindi diventate proprietarie. Un mondo che forse si avvicina al mondo senza eroi delGalileodi Brecht. Un mondo in cui uomini e donne si sono avvicinati sul piano dei diritti e della condizione sociale, che ha visto grandi conquiste sociali come l’assistenza sanitaria generalizzata, la scuola aperta a quasi tutti o almeno a molti, la chiusura dei manicomi, la possibilità di lottare per il lavoro, per le proprie idee senza subire condanne, torture, il debellamento di alcune malattie grazie ai vaccini e alla conoscenze scientifiche. Certo ognuna di queste conquiste ha il suo risvolto, è circondata da una grande quantità di esclusi, ma sembrava l’inizio di un cammino che non poteva arrestarsi. E quello che più preoccupa è che sembra che questo mondo sia giunto al suo momento di esaurimento, ritornano le guerre, il potere straripante della finanza, dei grandi ricchi e davanti a questi pericoli stanno solo balbettando coloro che dovrebbero guidare chi contrasta queste tendenze, un balbettio supportato da una dilagante forma di indifferenza che non di rado si trasforma in consenso. Per questo credo sia importante anche testimoniare la presenza di quel mondo collocato in un angolo della Terra ma che rappresenta comunque un’alternativa, una possibilità.

massimocec maggio 2026
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