Storia della famiglia
[Gli antenati]

Le vacanze della mia famiglia hanno sempre costituito un punto di riferimento fisso per mio padre mia madre. Il principio era “bisogna permettere ai bimbi di andare al mare montagna perché così durante l’inverno sono protetti dalle malattie”. Iodio e aria di montagna erano due medicine preventive soprattutto per mia madre. Così ogni anno durante le vacanze il nostro tempo era organizzato in modo da poter usufruire di queste due salutari profilassi. Quando stavamo a Mezzana andavo, grazie mia nonna, la madre di mio padre, un mese al mare a Marina di Pisa, poiché d’estate affittava per un mese una cassetta. In genere era una casa nel primo entroterra, comunque a poca distanza dal mare, o una baracca di legno direttamente sulla spiaggia. Un anno affittò una di queste baracche al bagno Impero, proprio davanti al cimitero dei tedeschi morti durante la guerra. La sera, quando uscivamo per una passeggiata lungo il viale di Marina quel cimitero mi procurava uno stato di agitazione che stentava poi a farmi prendere sonno; durante il giorno passato interamente sulla spiaggia la cassetta sul mare era invece un vero spasso. Sembrava di stare in una di quelle capanne che si vedevano nei film western. Poi bastava uscire per andare in acqua anche la mattina presto o la sera prima di cena. La cena sul terrazzino con la brezza marina era estremamente piacevole. Nella cassetta vivevamo io, mia nonna e mio cugino; era un continuo inventare giochi. Naturalmente non c’erano né televisori, né radio né giornali. A mia nonna piaceva giocare a carte e spesso passavamo la sera giocando a rubamazzo, il gobbo nero, sette mezzo. La partenza per le vacanze avveniva la sera prima dell’inizio del soggiorno a Marina. I miei mi portavano a casa di mia zia perché suo marito faceva il camionista e aveva un auto, mi sembra una 600. Con quell’auto la mattina dopo ci portava al mare con tutti i bagagli e lì stavamo per tutto il mese. Talvolta, soprattutto la domenica, i miei venivano a trovarci. Sporadicamente si faceva vedere anche mia cugina che però oramai era già più grande, aveva una decina d’anni più di noi, ma era sempre una presenza attesa. Mia nonna poi completava le vacanze con un periodo di permanenza alle terme di San Giuliano per fare i bagni. Dopo esserci trasferiti a Pisa però le vacanze nella casetta al mare terminarono e cominciarono invece quella dei viaggi quotidiani con mia madre che ci portava al mare, io e mio fratello, affittando una cabina ad un bagno a Tirrenia, il bagno Arlecchino. Era un un vero e proprio viaggio di trasferimento quello al mare. Iniziava la sera prima con la preparazione dei vestiti e del pranzo, della colazione di mezza mattinata, della merenda. Il Mattino prendevamo l’autobus che ci portava la stazione poi alla stazione del trammino che ci portava Tirrenia e dalli a piedi nella pineta arrivavamo al mare. Il viaggio sull’autobus per arrivare alla stazione del trenino era già qualcosa che mi affascinava. Quando stavamo in via Garibaldi, l’autobus era uno un vecchio torpedone verde che arrivava a quello che allora mia madre chiamava il sanatorio di Cisanello. Talvolta però prendevamo il filobus che andava alle Piagge anche se ci fermava un po’ più lontano da casa, perché era più frequente, soprattutto quando tornavamo la sera. Mia madre non ce la faceva fare tutto il tragitto da casa alla stazione a piedi. Sull’autobus l’autista stava sulla sinistra e tra l’autista e il sedile sulla destra c’era una sorta di grande bidone sul quale io spesso mi sedevo. L’autista del filobus invece aveva il suo posto di guida al centro del veicolo, dietro una specie di telaio di vetro. Io mi mettevo dietro il telaio per controllare cosa accadeva davanti e soprattutto perché mi piaceva vedere come autista guidava questo silenziosissimo mezzo che ogni tanto doveva fermarsi perché le aste sul retro uscivano dalle guide dei fili elettrici collocati in alto al centro della strada. Allora c’erano ancora i fattorini e il biglietto si faceva sul pullman. Il biglietto era un tagliando piccolo, rosa che il fattorino vendeva stando seduto sul seggiolino a fianco della porta sul retro. La sera il percorso era quello inverso e arrivavamo a casa stanchi e spesso arrossati per tutte le ore passate sotto il sole. Anche il viaggio mino aveva il suo fascino. Partiva dalla stazione, percorreva un breve tratto tra le case della città vicino alle mura e poi si avventurava nella campagna fino a quando non arrivava nella pineta di marina. Erano poche carrozze bianche rosse. D’estate talvolta venivano aggiunte delle carrozze in quella che una volta doveva essere una terza classe delle ferrovie con i sedili di legno e sportelli per ogni scompartimento. Tra le proteste non certo momento il servizio del tram mino venne sospeso e sostituito dagli autobus creando, soprattutto nei primi tempi, un grande marasma tra coloro che utilizzavano questo mezzo di trasporto. Anche da un punto di vista emotivo si perdeva qualcosa perché il pullman si aspettava lungo la strada mentre il trammino di si prendeva nella pineta in una piccola stazione, sembrava un vero e proprio viaggio.
Ad un certo punto mio padre decise che non potevamo più permetterci l’affitto della cabina e ci trasferimmo sulla spiaggia libera sempre con la stessa modalità di partenza e arrivo con in più però la necessità di portarci dietro un ombrellone con la tenda, quello che si vede nella foto con il gruppo di persone distese sulla spiaggia. L’unico cambiamento apportato fu che al mare andavamo solo di pomeriggio e mai la domenica. Evitavamo la domenica perché c’era un sovraffollamento di persone e di ombrelloni. Allora la spiaggia libera non era affatto curata, non c’era sorveglianza, era piena di ricci, schegge di vetro, aghi di pino. Bisognava stare attenti e prima di piantare l’ombrellone dovevamo pulire bene il tratto di spiaggia che avremmo occupato. Del periodo della spiaggia libera ricordo soprattutto le amicizie che miei erano riusciti a fare con un gruppo di bagnanti, e soprattutto con una coppia di milanesi che ogni anno veniva a trascorrere le vacanze Pisa. Lui era un tappezziere, figlio di un fantino, e veniva Pisa perché suo padre, Tonino, un vecchietto arzillo che somigliava a Carlo Pisacane, il ‘Capannelle’ deI soliti ignoti,aveva vissuto molto tempo a San Rossore d’inverno dove venivano portati a svernare i cavalli dove e dove si corrono le corse all’ippodromo. Avevano una motoretta e una bicicletta che spedivano in treno e poi a Pisa usavano per venire al maree per andare in città durante la mattina fare la spesa al mercato delle vettovaglie. Si era instaurato con questa famiglia una sorta di rituale. Durante la loro permanenza, una domenica andavamo noi in bicicletta a trovarli a Barbaricina e poi, sempre bicicletta, andavamo a San Rossore, e una domenica venivano a pranzo da noi e poi facevamo un giro per la città soprattutto sul viale Piagge o al giardino Scotto. In una foto si vede questo gruppetto in una di queste domeniche all’interno del giardino pisano. La casa che affittavano a Barbaricina, il quartere pisano delle stalle dei cavalli, in realtà erano un paio di stanze vicino alle stalel vuote nel periodo estivo che molto probabilmente durante l’inverno venivano utilizzate dagli stallieri. Mi piaceva sentirli parlare di Milano, del loro lavoro, delle avveture del loro padre, il fantino, un personaggio molto particolare. A Milano vivevano in una casa ringhiera, una di quelle case con ballatoio, vicino all’Arena Garibaldi e quindi al parco che si trova sul retro del castello Sforzesco. Per un certo periodo mi hanno anche ospitato perché dovevo frequentare un corso per bibliotecario a Sesto San Giovanni. Era una casa molto modesta di tre stanze al secondo piano. Per accedervi si passava davanti all’ingresso alle finestre di altri appartamenti. Anche loro avevano soltanto riscaldamento a cherosene e non ricordo se avevano il bagno in casa, ma credo di sì. Ma il luogo era bellissimo. mi paiceva passare all’inetrno del parco il pomeriggio quando andavo a frequenatre il corso perché c’era una grande vivacità che a Pisa raramente vedevo, anziani, mamme, bambini. Poi quando la sera, dopo aver frequentato il corso, scendevo dalla metropolitana e percorrevo il parco in senso inverso immerso nella quiete serale sentivo la stanchezza allontarsi. Lui era un artigiano molto bravo aveva clienti anche famiglie altolocate, ma non è mai riuscito per la sua modestia ad andare oltre quel suo stato sociale modesto. Devo dire però che era orgoglioso del suo lavoro ed entrami mi sembravano abbastanza contenti della loro vita anche se forse rimpiangevano di non aver avuto figli. Ad un certo opunto infetti si accollarono il figlio di un loro nipote che non so per quale motivo, forse per lavoro, non stava con i suoi genitori. L’ultima volta che sono venuti a Pisa la moglie era malata, aveva l’Alzheimer e abbiamo dovuto ospitarli noi in casa perché non erano più autosufficienti, anche se avevano tentato di passare quell’ultima estate da soli in una delle case di Barbaricina. Dopo quell’estate abbiamo perso i contatti perché, non avendo figli, credo siano stati ricoverati in una casa di riposo. Oltre ai due amici milanesi comunque, come ho già detto, sulla spiaggia libera si era formata una comitiva che ogni pomeriggio del mese estivo dedicato al mare si ritrovava, giocava, discuteva formava una comunità. Anche quel periodo determinato il mio ingresso nell’adolescenza il passaggio dalla famiglia al gruppo degli amici.

Nella foto di gruppo al mare io sono quello con camicia quadri. Ricordo quella camicia perché scelsi con orgoglio quel tessuto così variopinto in un banco del mercato. Mia madre fece tagliare i vari pezzi della camicia dalla sarta che veniva a casa nostra e poi la cucì con la sua macchina da cucire appena comprata. Era una macchina modernissima, una Singer, che aveva sostituito la vecchia macchina tradizionale, anch’essa Singer, dalle forme rotondeggianti, nera che si trovava quasi tutte le case di quel periodo. Mia madre, non ricordo in quale occasione, si era concessa quel regalo e iniziò a utilizzarlo non solo per cucire ciò che normalmente è utile, ma anche per ricamare. La macchina precedente era una di quelle macchine in ferro, nera, azionata da una pedaliera, questa invece era tutta di plastica, con il motore. Mia madre inizio o produrre una quantità enorme di tovaglie, tovaglioli, fazzoletti tutti ricamati. Iniziarono anche ad arrivare per posta riviste di ricamo che mia madre ordinava, contenevano disegni che mia madre metteva sotto la macchina e da questi tirava sui tessuti fuori angioletti, fiori, animali. Ricordo che metteva i tessuti che doveva ricamare in una specie di telaio circolare in legno e poi con il disegno in carta riusciva a tirar fuori dalla macchina nuova il suo ricamo ed era orgogliosa di tutto quello che poteva fare con quella macchina. Sapeva ricamare anche a mano. La sua specialità erano i centrini per il tavolo. Ne avevamo una valigia piena e li distribuiva suoi oggetti anche in giro come regali. Ogni tanto ci faceva qualche maglione, ma non le riuscivano bene, erano un po’ goffi.



La montagna invece era affidata alle colonie estive organizzate dalla Saint Gobain in una della montagna pistoiese vicina a Pontepetri, nel comune di San Marcello Pistoiese, in una colonia di proprietà del Cif di Pisa chiamata colonia Toniolo, un grande edificio collocato su un’altura lungo il fiume Reno e la provinciale modenese che esiste ancora oggi ma è abbandonato. In quella colonia ci sono andato per tutto il ciclo della scuola elementare. Il primo contatto con il periodo della vacanza in colonia era il contatto con “la signorina”, l’assistente sociale che seguiva le famiglie dei dipendenti della fabbrica. Subito dopo c’erano le visite mediche, e la preparazione per la partenza, la scelta degli abiti, pochi ricambi di indumenti intimi con sopra obbligatoriamente ricamate delle sigle per riconoscerli dopo i lavaggi, un giubbotto per la pioggia, scarpe da tennis due paia, una borraccia di pura plastica, il tutto in uno zainetto, le raccomandazioni e i timori, le mie paure, la tentazione di chieder di non partire. Poi arrivava il giorno in cui dovevano lasciare le famiglie. l’appuntamento era al mattino nel giardino delle suore dell’asilo della Sait Gobain a Porta a Mare. C’era la distribuzione dei regali da parte della fabbrica e l’immancabile salto con alcune lacrime di qualcuno da parte dei genitori. Poi salivamo sul pullman per iniziare il viaggio dopo tutta una serie di raccomandazioni legate soprattutto alla possibilità che il pullman potesse far male in alcune zone del tragitto. Ricordo tutte le questioni che venivano poste. “Ma da dove passano, dalle Piastre?”. “No …” non so da non so dove potevamo passare in alternativa. “Mettiti davanti perché il pullman ti può far male”. Poi il viaggio iniziava con gli immancabili cori della montagna richiesti dalla “signorina” che ci accompagnava fino alla colonia e poi tornava a Pisa con il pullman. Arrivati l’accoglienza era piuttosto fredda. C’era la distribuzione delle divise perché non indossavamo, durante il periodo di permanenza in colonia, i nostri vestiti ma quelli forniti dal Cif. Un paio di pantaloncini azzurri, una camicia rosa per i maschi e azzurra per le femmine e un maglione blu. I nostri vestiti venivano riposti in degli armadietti e, a parte gli indumenti intimi, rimanevano lì fino al giorno della partenza. Stranamente ricordo che dovevamo portarci una scatola di zollette di zucchero, non ricordo perché. Forse lo zucchero non ci veniva fornito durante la colazione. Ricordo anche che solo la domenica ci veniva data una fetta di dolce. I pasti non erano molto invitanti, e li consumavamo in un grande refettorio dove il rumore non era indifferente, su gradi tavoloni affiancati da delle panche in legno senza schienale. Le inservienti percorrevano i corridoi tra i tavoloni con carrelli con sopra grandi tegami e pentole e, uno ad uno, ci servivano il cibo.
Eravamo squadre di città diverse e ciascuna squadra aveva la sua divisa, solo noi avevamo le divise del Cif, c’erano gli spezzini, i romani della Teti con le loro camicie a scacchi e i cappellini da boyscout, altri figli dei dipendenti di fabbriche che non ricordo. Maschi e femmine rigidamente separati per tutto il periodo in squadre diverse. Dormivamo in enormi cameroni con annessi bagni, file di lavandini, di wc e di docce. C’erano anche delle sale per i giorni in cui pioveva ma venivano utilizzate raramente. Non c’era il televisore o se c’era era riservato ai dipendenti. Ogni squadra era affidata a delle giovanissime sorveglianti che dormivano in camerette vicino alla nostra. C’era un medico, un ambulatorio e, stranamente, a fianco dell’edificio principale c’era un altro edificio che ospitava dei maiali. La colonia aveva a disposizione degli spazi aperti per i giochi durante la giornata in cui ruotavano giornalmente le varie squadre. C’era lo spazio in basso lungo fiume Reno, il più ampio, il Campo. C’era poi un’area più piccola che una volta doveva ospitare un campo da tennis perché ancora c’erano i resti di una rete nel centro dell’area in cui giocavamo, il Tennis. C’era poi un’altra zona chiamata il Piattello; era costituita da due aree, una pianeggiante e una scoscesa che scendeva fino ai boschi. Poi, vista la scarsa propensione a sorvegliarci da parte delle giovani vigilatrici, c’erano i boschi e il fiume. Nei boschi giocavamo alla guerra. Avevamo anche trovato dei capanni di cacciatori che utilizzavamo come fortini. Al fiume scendevamo a caccia di girini, lo attraversavamo saltando da una pietra all’altra, qualche volta ci cadevamo dentro ed allora non potevamo fare a meno di richiamare le vigilatrici dalle loro conversazioni femminili. Le sorveglianti ci lasciavano infatti molto liberi e dovevamo inventarci i giochi, che spesso scaturivano in una guerra tra bande rivali di città diverse, qualche volta anche con bastoni e ammaccature. Nel Piattello il divertimento principale era una sorta di scivolo che l’acqua aveva creato pin occasione di piogge che scendeva dalla parte alta alla parte scoscesa e che percorrevamo utilizzando come mezzo di trasporto la vecchia panca di legno che facevamo scendere utilizzando lo scavo dell’acqua come scivolo finché non si ruppe. Ogni tanto qualche giovincello del luogo veniva a corteggiare le nostre vigilatrici e allora noi costituivamo delle bande per cacciarli. Forse pensavamo che le vigilatrici avessero bisogno di protezione e non che faceva piacere loro avere d’intorno quei giovincelli audaci. Durante il soggiorno venivano organizzate due o tre uscite a piedi in cui ci si spostava lungo mulattiere facilissime da percorrere. Una o due volte andavamo a San Mommè, un piccolo centro abitato del comune di Pistoia vicino alla sorgente dell’Ombrone Pistoiese, un viaggio di un’oretta di cammino per una strada sterrata nei boschi. Lungo il tragitto di questo strada sterrata incontravamo una sorta di fattoria dove c’erano dei muli, molto probabilmente per il trasporto della legna. Era il segnale che eravamo giunti a metà percorso e dovevamo fare una sosta per bere dalle borracce. A San Mommè andavamo per prendere un gelato e non a tutti toccava perché il bar del paese non ne aveva a sufficienza. C’era poi la trasferta a Pontepetri, in questo caso lungo la Modenese, la statale. Anche a Pontepetri si ripeteva il rito del gelato. Il resto dei giorni li passavamo trasferendosi da un’area all’altra delle zone riservate alla colonia occupandoli con le attività sopra descritte. Le giornate erano scandite da momenti rigidamente programmati. Sveglia, igiene personale, periodicamente doccia collettiva, alzabandiera con inno d’Italia, refettorio, preghiera, colazione, giochi fino all’ora di pranzo, preghiera, refettorio, riposo pomeridiano obbligatorio in camera, merenda, giochi in aree diverse da quelle del mattino, ammaina bandiera e inno d’Italia, preghiera, cena, breve uscita serale nel cortile, preghiera, a letto, paure, pianti e, se andava bene, sonno.
C’era poi il giorno della vista dei genitori. La signorina organizzava due pullman da Pisa per tutte le famiglie che avevano i figli in colonia e li seguiva con la sua seicento chiara, come si vede in due delle foto, con la quale ogni tanto veniva a trovarci per sapere come andavano le cose. Le sue visite per me rappresentavano un contato con un modo che mi mancava e le aspettavo con piacere. La visita dei genitori avveniva in una domenica collocata all’incirca la metà del soggiorno. Quando i nostri genitori venivano a trovarci eravamo lasciati liberi tutto il giorno, una sorta di libera uscita dal ritmo militaresco impostoci dal regolamento della colonia, con un pranzo al sacco che consumavamo nei prati o nei boschi. In genere la partenza dei pullman, almeno per me, era il momento della tristezza. Si ritornava per altre due lunghissime settimane al quotidiano.
Quella della colonia è stata per me un’esperienza complicata, da un lato importante perché ho conosciuto la montagna e dopo molti anni questa conoscenza e questo amore sono ritornati fuori impetuosamente e piacevolmente. Senza la colonia non avrei avuto uno di quei contatti che ti rimangono a tua insaputa come impronte vitali. Dall’altro la vita della colonia aveva dei momenti mi mettevano in difficoltà. Era un ragazzo timido, forse anche molto sensibile, che aveva difficoltà a reagire di fronte a certi atteggiamenti dei compagni di presa in giro, aggressivi in quella colonia non mancavano. Era il più alto, come si vede nella foto della squadra pisana della Saint Gobain, sono quello con un giornalino in mano. Evidentemente non sapevo difendermi. Inoltre, paradossalmente, nonostante fossi abituato a vivere lontano dai miei genitori per lunghi periodi con i miei nonni, mi mancavano tremendamente. La nostalgia si faceva sentire soprattutto la sera, la notte, anche perché mi sentivo poco protetto. Nei primi anni della colonia non nascondo di avre pianto segretamente più volte. Non osavo però confessare queste cose a mio padre e mia madre perché sapevo quanto ritenevano importante il soggiorno in montagna. Quando terminava la “vacanza”, il giorno della partenza era comunque un giorno di gioia. Il pomeriggio arrivava il pullman che io aspettavo con trepidazione. Finalmente poi salivo su e, sempre con la sollecitazione da parte della “signorina” di canti montanari, iniziava il viaggio di ritorno. Non so se per gli altri quella gioia era reale o nascondeva qualche altra cosa. Per me era una liberazione.
C’era poi il periodo delle vacanze da mia nonna in campagna, in quella sperduta campagna lungo la ferrovia che andava da Pisa a Cecina in una casa cantoniera senza acqua potabile e senza luce. Erano vacanze costituite da solitarie passeggiate per campi di grano oramai già da tempo tagliato, pronti ad accogliere le piogge e i cacciatori, accompagnato da un piccolo cane sempre tra i piedi ma benvoluto, immerso nella solitudine e nel silenzio, in mezzo a distese enormi di giallo e azzurro. Ricordi di cantine piene di odori, odore di pane appena cotto, di erba, di uva appassita appesa al soffitto, di lampade a petrolio per illuminare di sera le stanze, la cucina, le camere. Brevi serate passate ascoltando, con due vecchi per poco tempo una radio funzionante a pile di fronte a un camino spento in attesa del passaggio dell’ultimo treno da Cecina, una littorina marrone con una striscia rossa sul bordo inferiore che nella notte si iniziava a intraveder da lontano come gli occhi di un uccello notturno che si avvicinavano sempre più fina a imporsi con il suo rumore imponente di ferraglia a e passarci vicino con una ventata impetuosa per permetterci di andare a letto, in letti con materassi di foglie di pannocchie. Passato il treno, su per scale buie con la lampada a petrolio in mano, camere illuminate per breve tempo da quella lampada. Ma anche tanti altri ricordi, otri pieni di acqua portata da un treno, il treno a vapore che si fermava per riempili mentre continuava a sbuffare indifferente fermo davanti alla casa cantoniera, un vecchietto silenzioso, mio nonno, sempre con il sigaro in bocca seduto vicino al camino o sul gradino di un piccolo deposito di attrezzi davanti alla ferrovia. Una vecchietta premurosa, mia nonna, che ogni giorno partiva con la sua bicicletta lungo la strada sterrata che attraversava la ferrovia e tornava dopo qualche ora con le borse piene di chissà che cosa. Inoltre transito di pescatori, d’inverno cacciatori che passavano in bicicletta e attraversavano la ferrovia dopo essersi fermati a controllare che non arrivasse nessun treno. Ancora il ponte della ferrovia che si poteva attraversare solo passando sulle traversine dopo essersi assicurati che non arrivasse nessun treno con un brivido di paura e insieme una sensazione di coraggio. Ma anche senso di libertà, autonomia quasi assoluta in una vacanza dove, tranne i miei nonni e i mio cugino, le altre persone quasi non sono presenti, più interessanti sono gli oggetti e gli animali in quel mondo e in quel tempo, oggetti immersi nel sole che non ha ostacoli in quei campi riarsi, la ricerca dell’ombra e del fresco lungo fossi dall’acqua limpida pieni di girini, di rane, di piccoli pesci. Spazi percorsi da lunghe passeggiate alla ricerca di oggetti, di avventure. Cespugli e capanni di cacciatori che si trasformano nelle praterie misteriose del Far West dove da un momento all’altro possono comparire i famigerati indiani, dove un capanno di cacciatori diventa un fortino abbandonato. Queste erano le mie vacanze di quegli anni, le vacanze di un bambino nato nel dopoguerra in una famiglia di operai, una famiglia che ha attraversato i difficili anni della ricostruzione, quelli del boom ed è stata proiettata in quel nuovo mondo che oggi sembra lontano ma che ha rappresentato per la nostra famiglia un traguardo in parte raggiunto grazie alla tenacia e all’orgoglio di gente come i miei genitori.
















massimocec maggio 2026
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