Storia della famiglia
[Gli antenati]

Nella mia famiglia, compatibilmente con gli stili di vita di quegli anni, è sempre stata rivolta un’attenzione particolare per i figli. Certo non c’era l’assidua, quasi ossessiva, necessità di un accompagnamento costante in tutti i momenti della giornata. C’era però l’idea che i figli costituissero l’elemento fondativo della famiglia, la sua ragione d’essere. Ciò corrispondeva a una serie di attenzioni che erano legate alle disponibilità economiche per le famiglie di quel periodo, quasi sempre sostenute dal solo reddito del “capofamiglia” e comunque lasciavano un enorme spazio di libertà a noi bambini. Tra queste attenzioni c’era anche quella dei regali in particolari momenti dell’anno e dei giocattoli che erano considerati elementi necessari per lo svolgimento della nostra vita infantile. Erano soprattutto il Natale e la Befana, forse la festa del paese, i momenti in cui questi oggetti entravano in casa nostra. Poco in considerazione invece erano tenuti i compleanni, tanto che io li avevo quasi cancellati dal calendario delle ricorrenze fino a quando non ho incontrato mia moglie che, seguendo la tradizione della sua famiglia, tiene in modo particolare particolare a questo momento di attenzione strettamente individuale verso i familiari e gli amici. Il Natale la Befana invece sono momenti di attenzione collettiva verso l’altro, frutto di una tradizione corale, forse per questo, in una famiglia ancora legata a un mondo popolare contadino come la mia, erano privilegiati rispetto ai compleanni che hanno più un sapore borghese.
I giochi che ci venivano regalati per Natale e per Befana erano oggetti semplici, automobiline di latta, come quella che si vede accanto alla foto di mio fratello di fronte ad uno specchio adagiato su una pelliccia di pecora che mi ha sempre fatto un senso perché sembrava di essere a contatto con l’animale o quello che di lei restava. Automobiline che oggi non avrebbero passato neppure i più elementari test sulla sicurezza, costruzioni di legno contenute in scatole anch’esse di legno che promettevano tramite le immagini presenti sul coperchio chissà quali possibilità di progettazione architettonica, Oppure fucilini che sparavano tappi di sughero legati alla canna da un cortissimo spago. Forse c’era anche qualche triciclo. ma che poi si riducevano a combinazioni minime di possibilità ma che potevano essere utilizzate in altre combinazioni di giochi, ma sicuramente nessuna automobilina a pedali che invece era per me un oggetto di desiderio mai esaudito.
La mia passione comunque erano i trenini elettrici. Chissà perché, forse perché potevano far pensare all’idea del viaggio, anche se quelli che mi furono regalati erano limitati a percorsi ferroviari costituiti da un anello in cui una locomotiva che trainava qualche vagone circolava sempre con la stessa velocità senza fermarsi, senza una destinazione neppure fittizia. Per soddisfare il mio bisogno di andare oltre quella dimensione ripetitiva dell’anello ferroviario, per Natale mi facevo sempre portare a vedere un trenino esposto in città in una vetrina di un negozio di giocattoli che circolava in un plastico che costituiva una vera e propria rete ferroviaria con ponti, stazioni, montagne, scambi, treni passeggeri, treni merci, passaggi a livello, fermate on viaggiatori in attesa dell’arrivo del convoglio, gallerie. Era uno spettacolo e mio padre faticava a portarmi via da quella vetrina. Ci riusciva solo solleticando la mia golosità e comprandomi, come si dice a Pisa, una focaccia con la cecina nel pizzaiolo che era di fronte al negozio di giocattoli.
In una delle foto si vede anche un cavallo a dondolo che ricordo bene. È cavalcato da mio fratello ed è un po’ malandato. Forse era il regalo di qualche parente che lo aveva passato a noi perché oramai i bambini della sua famiglia erano cresciuti e lo aveva usato fino a consumarlo. Trasferimenti di giocattoli di questo tipo da un nipote all’altro erano la norma, come lo era per i vestiti.
I doni del Natale ci venivano consegnati la notte della vigilia, verso mezzanotte, annunciati dai richiami di mia nonna che ci informava di aver ricevuto la visita di babbo Natale ma che aveva fretta e non si era potuto fermare. I doni della Befana invece ci venivano consegnati da mia zia camuffata da vecchierella il giorno dell’Epifania. Mia madre mi ha sempre raccontato che la prima volta che zia si presentò così camuffata, io mi misi a piangere e scappai in camera.
Un po’ più grandicelli, i giocattoli sono stati sostituiti da libri o da oggetti utili per lo studio, come si vede in una delle foto dove in mano ho il mio primo dizionario, lo Zingarelli, e sul pavimento c’è un bel mappamondo. Il passaggio dai giocattoli ai libri non è stato un passaggio traumatico perché divoravo libri di avventura,Il Corsaro nero, Sandokan, Dalla Terra alla Luna, 20.000 leghe sotto i mari, L’ultimo dei mohicani, ma ancheIl giornalino di GiamburrascaePinocchio. Ricordo con nostalgia un voluminoso libro che conteneva racconti della Conquista del West con magnifiche illustrazioni a colori, forse erano racconti di James Fenimore Cooper. Le illustrazioni a tutta pagina riguardavano paesaggi, carovane, duelli. Lo sfogliavo con piacere e leggevo i racconti Non mancavano poi i racconti patriottici del libroCuoree le fiabe. Ero cresciuto con le fiabe raccontate da mia nonna, Cappuccetto Rosso, Buchettino, Cenerentola. La sera la nonna mi prendeva sulle ginocchia e mi faceva dondolare raccontandomi quelle fiabe, ripetute chissà quante volte, ma mai vissute con noia. Una volta arrivato alla scuola media mi sono appassionato di storia e la sera a letto prima di addormentarmi leggevo il manuale come si poteva leggere un romanzo.
Accanto a tutto ciò c’erano poi i giocattoli costruiti da noi stessi. Avevo una passione per i soldatini, ne avevo una grande quantità, tutti soldati della cavalleria americana, cowboy e indiani. Non sopportavo i soldati moderni, non riuscivo a immaginare storie con loro. Del resto in quegli anni i pochi film che vedevamo al cinema, cinema esclusivamente parrocchiali, erano soprattutto film western. Con le tavolette delle cassette della frutta avevo costruito un gigantesco fortino e un villaggio del far west con tanto di stalle dove mettevo i cavalli riposare, le torrette con le sentinelle. Con le pagine di giornale invece aveva messo su un vero e proprio campo indiano. Nel cortile con i cartoni delle scatole che il negozio vicino a noi gettava via avevo costruito una sorta di auto che immaginavo fosse l’auto della polizia. Obbligavo poi mio fratello ad accompagnarmi in improvvisati inseguimenti con tanto di comunicazioni radio con la centrale. Non so come, ero riuscito a procurarmi una fondina simile a quella dei poliziotti veri e propri e ne ero orgoglioso. Mio padre mi aveva comprato a sua volta tutta l’attrezzatura del poliziotto, la paletta, le manette, il fischietto, il cappello.
Giocavo solitarie partite a calcio con una minuscola palla di gomma in un campo che aveva come porte un tavolo con avversari immaginari; non ho mai fatto parte di una squadra fino a quando, già ormai al liceo, ho iniziato a giocare a pallacanestro. Nessuno ha mai pensato di accompagnarmi a praticare una qualche attività sportiva. Passavo pomeriggi interi senza subire controlli di alcun genere a giocare con i miei giocattoli improvvisati in cortile o a girovagare nei campi che circondavano la nostra casa a sia Mezzana che a Pisa. Riempivo così le mie giornate, girovagando e giocando. Spesso solo a sera con mia nonna giocavamo a carte oppure quando veniva a trovarmi mio zio giocavamo a dama. Qualche volta, soprattutto nelle serate tardo primaverili o estive, con mia madre facevamo delle passeggiate lungo i cigli delle fosse che correvano lungo i campi e ai bordi della strada dove crescevano papaveri e altri fiori di campo. In quelle camminate della tarda primavera o d’estate incontravamo un esercito di lucciole che illuminava i campi. Capitava qualche volta che una lucciola si avvicinasse e si facesse catturare. Arrivato a casa la mettevo sotto un bicchiere e la mattina dopo al posto della lucciola ci trovavo una monetina.
Avevamo anche le nostre biciclette che cambiavamo a mano a mano che crescevamo, passandocele dal più grande al più piccolo in modo che io avevo sempre la bicicletta nuova e mio fratello quella già usata. Quell dei passaggi di oggetti dall’uno all’altro era una pratica comune. Mio fratello ereditava tutto quello che io lasciavo, e non solo le biciclette. Ereditò il primo lambrettino 50, regalatomi a 14 anni nonostante le resistenze di mia madre, e distrutto da mio fratello, la mia lambretta 125 bianca, regalo dei 16 anni, distrutta anch’essi un incidente, la mia prima auto, una Mini minor usata, trasformata in una barca abbandonata in sottopassaggio durante un acquazzone, per finire con la Fiat 128, utilizzata fino alla sua rottamazione sempre da mio fratello. Mio fratello non ha mai avuto una grande passione per lo studio ed a un certo punto ho abbandonato la scuola per cercare la sua autonomia con il lavoro. È andato a lavorare in una pasticceria e lì è rimasto per molto tempo, fino a quando non è partito per fare il militare. Una volta terminato il militare però, forse grazie anche alle non del tutto cancellate sollecitazioni ricevute da mio padre e da mia madre riguardo al valore della scuola e dell’istruzione, si è rifatta viva e lui l’esigenza di portare a termine gli studi, e ha deciso di concludere il suo percorso scolastico con fatica, ritornando sui banchi dell’istituto tecnico industriale che aveva abbandonato qualche anno prima, non al serale ma durante il mattino insieme a compagni molto più giovani di lui.
Andare in giro per la campagna in bicicletta divenne presto uno dei miei passatempi preferiti. Allora era possibile farlo senza correre grossissimi pericoli. Ancora abbastanza piccolo, mi avventuravo fino alle pendici dei monti pisani lungo la strada che con mio padre facevamo per andare a prendere l’acqua frizzante in una fonte naturale dove c’era una signora che riempiva le bottiglie attingendo l’acqua da una fontana che sgorgava dal sottosuolo in cambio di qualche moneta. Una volta mi avventurai fino al convento di Nicosia, vicino a Calci, un luogo un po’ sperduto e, ai miei occhi, avvolto da un velo di mistero; avevo sentito dire che lì viveva un leone in compagnia di un pittore o di una pittrice. Naturalmente arrivato al convento trovai soltanto un portone chiuso. Altre volte salivo su fino al paese di Agnano percorrendo una breve ma tortuosa strada tutta in salita che si snodava tra gli ulivi, poi, arrivato in cima sulla piazzetta dove terminava la strada, mi buttavo giù nella discesa immaginando di essere al Giro d’Italia. Il ciclismo era in quegli anni lo sport che più mi piaceva. Per un certo periodo ho avuto anche una bicicletta da corsa anche se non ho mai provato a partecipare a qualche gara. La mia era una passione che si manifestava anche con la collezione prima di tappini delle bottiglie delle bibite che riempivo con le foto dei corridori e li utilizzavo per improvvisare nel cortile di casa gare ciclistiche. D’estate invece dei tappini utilizzavo palline di plastica con dentro le foto dei corridori più famosi e nella sabbia della spiaggia che si era liberata dei numerosi bagnanti sul mare la sera prima di venire via costruivamo piste lunghissime, con salite, ponti, curve a gomito dove improvvisavo con mio padre, mio fratello e qualche amico adulto conosciuto sul mare, gare impegnative dove i corridori avanzavano spinti dall’indice della mano che si liberava dalla pressione del pollice.
Oltre ai giochi e ai giocattoli c’erano i fumetti, albi stampati a forma rettangolare come i libretti degli assegni, che settimanalmente mio padre portava a casa: Blek Macigno, il muscoloso trapper, alto, biondo con i capelli lunghi, un cappello di marmotta, un giubbotto senza maniche di pelliccia, affiancato da un ragazzino di nome Roddy e dal professor Occultis, in lotta contro gli inglesi per l’indipendenza americana; Capitan Miki, un giovane ranger del Nevada, anche lui affiancato da due personaggi inseparabili che sono un anziano scout ubriacone, Doppio Rhum, e una sorta di simpatico truffatore che si spaccia per medico, Salasso; infine il mitico Tex Willer, ranger del Texas, accompagnato dal suo amico ranger Kit Carson, dal figlio Kit Willer dall’indiano Navajo Tiger Jack, fratello di Tex. Non leggevo Topolino e non mi piacevano L’Intrepido che invece andavano di moda tra i miei compagni.
Poi c’erano gli animali, una passione non sempre soddisfatta per gli animali, cani, gatti, canarini. Ho avuto molti gatti, ma un solo cane donatomi da un mio compagno di classe ancora cucciolo. Far entrare in casa mia un cane non era semplice perché mia madre sapeva bene che poi sarebbe toccato a lei accudirlo. Quando ero piccolo ero riuscito a smuoverla e a farmi prendere un cucciolo di taglia modesta da un mio parente. Ben presto quel piccolo cucciolo, forse per sua fortuna, finì per trasferirsi nella casa lungo la ferrovia dove abitava mia nonna. Era il mio compagno, anzi la mia compagna, nelle scorribande nei campi durante l’estate e nelle domeniche in cui andavamo a trovare i genitori di mia madre. Dopo lei non abbiamo avuto altri cani nostri fino a quando, in età adolescenziale, non sono riuscito a convincere mia madre a prenderne uno, un incrocio tra un setter e uno spinone regalatomi da un mio amico compagno di classe, cui, con una certa dose di piaggeria, misi il nome Reno, un nome scelto perché mia madre tra i suoi ricordi spesso parlava di un cane con tale nome e io lo utilizzai come arma di seduzione “Pensa possiamo chiamarlo Reno, come …”. In realtà altri cani avevano frequentato la nostra casa quando abitavamo in via Garibaldi. Erano i cani dei vicini. Prima un cane di nome Brik, un setter irlandese che apparteneva ad una famiglia di fratelli cacciatori, La domenica lo portavano a caccia, gli altri giorni li passava in casa nostra. I vicini che sono venuti dopo i fratelli cacciatori avevano un barboncino nero, anche lui praticamente viveva con noi. Si chiamava Pilù. Solo la sera tornava a dormire in casa sua. Infine sopraggiunse la passione per i canarini. Avevo messo in piedi un vero e proprio allevamento, con diverse gabbie, nidi. Mi attraevano i colori. C’erano i canarini gialli, quelli di color arancione intenso, quelli un po’ maculati. Il mio preferito era un maschio che aveva una voce tenorile, con le piume di un arancio vivacissimo. quando cantava si allungava con tutto il corpo, stendeva la gola e le piume sotto la gola formavano una specie di collana. Seguivo le coppie dalla deposizione delle uova alla nascita dei piccoli che trovavo bruttissimi. I primi voli, le loro trasformazioni. Riuscii anche a convincere mio padre a costruire una voliera. Non ricordo come e perché finì l’impresa dell’allevamento dei canarini.
Ad un certo punto della nostra infanzia, mia e quella di mio fratello, è arrivato il cinema. I miei genitori andavano raramente al cinema, anzi a dire il vero non li ho mai visti entrare in una sala cinematografica. Con questo non posso dire che non avessero un qualche interesse verso il cinema. Mia madre era una fanatica diSangue Arenae di Tyrone Power, ma non so dove avesse visto quel film. Quando vivevamo a Mezzana c’era un cinema ed era un cinema parrocchiale. Forse per questo motivo mio padre e mia madre preferivano andare a vedere la televisione alla Casa del popolo, in una sala fumosa, dove, nelle sere in cui venivano trasmessi i programmi più famosi, non era semplice impossessarsi di una sedia. Io e mio fratello abbiamo iniziato a frequentare il cinema quando mia nonna si è trasferita Pisa ed era andata ad abitare vicino al cinema parrocchiale del quartiere, il cinema Lanteri. Andavamo al cinema nelle domeniche in cui non erano programmate gite domenicali; subito dopo pranzo ci incamminavamo nei campi percorrendo strade ancora in costruzione ,visto che la zona che separava via Garibaldi da via Cisanello era diventata un gigantesco cantiere edile, una zona di selvaggia cementificazione. Dopo esserci fermati a salutare mia nonna, sempre da soli, andavamo al cinema e poi, dopo aver visto il film, d’inverno anche nel buio delle ore serali, tornavamo a casa. Film che vedevamo erano soprattutto film western, ma il film che ancora oggi ricordo, chissà perché, èSinbad il marinaio, un film tratto da un racconto delle “Mille e una notte” che narra le avventure di Sinbad alla ricerca di un tesoro. Il cinema Lanteri era come gran parte dei cinema parrocchiali, un piccolo cinema con le poltroncine di legno, molto scomode, che poi è stato usato anche come aula universitaria. Appena si entrava si trovava da un lato la la biglietteria e dall’altro un piccolo bar. Comprato il biglietto si accedeva in un lungo corridoio in cui si aprivano alcune porte abbastanza larghe chiuse da tendaggi scuri. Si entrava da uno da una di queste porte e ci si trovava nella sala. La proiezione iniziava conLa Settimana Incom, un cinegiornale che forniva un piccolo numero di notizie relative a fatti recenti scelte non so con quali criteri.
Nella mia adolescenza invece il luogo di maggior attrazione è diventato l’oratorio. Dove vivevamo infatti c’era una parrocchia dotata di un’area in cui i giovani potevano trovarsi. Era un vasto terreno tra i palazzi sorti in poco tempo, per usare un luogo comune, come funghi. C’era un campo di calcio a sette in terra battuta e un campo da pallacanestro. Inoltre c’erano due edifici, uno adibito a ufficio, sala riunioni e biblioteca, l’altro a sala giochi con tanto di tavolo da ping pong e biliardino. C’era anche un accenno di bar. Infine c’era l’animatore di quello spazio, padre Bianchi. Recentemente mi è capitato di di incontrarlo di nuovo, virtualmente, attraverso le parole di Marco Tardelli, a quel tempo uno dei tanti ragazzini di quell’oratorio. “Io andavo all’oratorio Lanteri dove c’erano i campetti, il pallone e tanti ragazzi del quartiere. Per me era un parco giochi. E poi c’era padre Bianchi. Se ho iniziato ad amare il calcio, è anche grazie a lui. Gli volevo molto bene. Si occupava di tutti i bambini del quartiere, organizzava le squadre e, invece di lasciarci bighellonare per strada fra le tentazioni della noia, ci sfiniva sul campo sterrato. Se andavo a messa, poi, mi portava al mare a San Rossore, una tenuta enorme, con boschi e radure che cedono il passo a selvagge dune di sabbia digradanti nel mare. Padre Bianchi ci stipava nel suo furgoncino, una specie di Fiorino; davanti sedevano lui al volante e un altro passeggero, dietro su due panchette, una di fronte all’altra, ci sistemavamo noi. Una volta in spiaggia, c’era una regola da rispettare: lo dovevamo chiamare «zio». Perché lui veniva in borghese e si metteva in costume per fare il bagno e insegnarci a nuotare. Però le altre persone sulla spiaggia non dovevano accorgersi che era un prete. Diceva che per lui era uno strappo alla regola fare il bagnante…” (M. Tardelli, S. Tardelli,Tutto o niente,Milano, Mondadori, 2016). Marco Tardelli era uno di quei tanti ragazzi, era forse il più mingherlino, vivacissmo, tanto da sfiorare l’impertinenza, inquieto. Passavamo i pomeriggi a giocare, farci scherzi. D’inverno la domenica mattina veniva organizzato un torneo di calcio. D’estate la sera invece c’era il torneo dei bar. Ogni tanto venivano a giocare grossi nomi. Un anno in una squadra giocò anche Armando Picchi. Poi c’era Cosma, un attaccante che aveva giocato nel Pisa e nella Fiorentina in serie A. Infine c’erano le glorie locali, il più conteso era un certo “Banana” che girava per Pisa con una spider nera e aveva la fama di latin lover. La preparazione delle partite era un rito, Dovevamo tracciare le righe con una sorta di carrello da cui usciva una farina bianca e annaffiare il campo. Io ero una “schiappa”. Mi rifacevo un po’ con la pallacanestro. Nonostante la mia scarsa attitudine per il calcio, il Lanteri mi attraeva. Non potevo starne lontano più di tanto. Ha ragione Tardelli quando, parlando di quegli anni, afferma: “In quegli anni il calcio si predicava negli oratori. Ed era vissuto in maniera completamente diversa da oggi. In televisione le partite erano una rarità, le accademie di calcio non esistevano e quella del giocatore non era considerata una professione. Ero felice di giocare a calcio perché tutti mi volevano nella loro squadra. Ultimo della classe, ero il primo in campo. E così mi sentivo qualcuno. Quando c’era un pallone, ero sicuro di me”. Anche io provavo le stesse cose con la pallacanestro. Mio padre e mia madre non sono mai venuti a vedermi giocare. Non c’erano allora i genitori tifosi, allenatori, attaccabrighe di oggi. In seconda liceo andai a giocare a Livorno decidendo autonomamente di tentare quella strada contro il parere dei miei genitori che avevano paura soprattutto che quella scelta incidesse sul mio impegno scolastico. Prendevo il treno da solo almeno tre volte alla settimana, gli allenamenti erano serali, Tornavo a casa di notte a piedi dalla stazione. Oggi non sarebbe neppure pensabile una cosa del genere. Come per Tardelli lo sport in quella fase della vita era soprattutto uno strumento per sentirsi qualcuno, per affrontare le insicurezze dell’età adolescenziale, per stare con gli altri in una condizione di parità.
In conclusione, credo che la libertà che ci veniva lasciata nell’organizzare il nostro tempo libero dalla scuola e dai compiti sia stato, in positivo o anche in negativo, uno strumento formativo che ha inciso profondamente sulla nostra crescita e sulla nostra personalità, sul nostro modo di essere e di pensare. Non erano i giochi e i giocattoli a dirci come dovevamo utilizzarli, che cosa dovevamo fare con loro, come mi sembra invece avvenga oggi dove tutte queste cose o sono programmate con intenti pedagogici sulla base di progetti formativi prestabiliti o sono inculcati nell’immaginario dei bambini in forma stereotipata al fine di diventare facile oggetto di consumo. Eravamo noi a usarli per realizzare i nostri “mondi intermedi” come li chiama il filosofo Alfonso Iacono, cioè quei mondi prodotti dall’immaginazione che però non perde il contatto con la realtà e che servono per aprire le porte all’autonomia personale, quell’autonomia che si può tradurre nel principio kantiano del pensare con la propria testa. Ricordo, ad esempio, che io utilizzavo le automobiline che mi erano state regalate non per come si presentavano ma come pullman con cui simulare il servizio di trasporto da Pisa a Marina di Pisa che utilizzavamo quotidianamente, dopo che il trenino era stato soppresso, per andare al mare d’estate, facendoci vivere una sorta d’avventura legata ai ritardi, ai pullman che non si fermavano perché erano stracolmi, alla necessità di raddoppiare le corse in certi momenti, ai litigi per salire, agli incontri inaspettati. Io ero affascinato da quel viavai disordinato che poteva essere organizzato in qualche modo e, d’altra parte, non sapevo che cosa farmene tutte quelle automobiline che per me non avevano attrattiva, non avevano possibilità di diventare oggetti di gioco. Nel cortile di casa avevo creato il deposito dei pullman, le stazioni e regolavo il traffico di questi mezzi come vedevo fare della realtà durante il periodo estivo quando con mia madre e mio fratello giornalmente andavo al mare. Era un modo per adattare il mondo che mi circondava alle mie esigenze, ai miei sogni, mentre mi sembra che oggi prevalga l’idea che si possa attraverso i giochi e giocattoli che incarnano principi pedagogici in qualche modo programmare il futuro dei bambini sulla base delle idee degli adulti. Nel far ciò forse si anestetizza una fonte di energia vitale per lo sviluppo dell’autonomia personale, quella dell’immaginazione e dell’intraprendenza energie necessarie, senza trascurare il ruolo dell’adulto, perché un bambino abbia la possibilità di crescere e di uscire dalla minorità, in cui è relegato nell’età infantile.








massimocec maggio2026
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