Storia della famiglia
[Gli antenati]

La serie di fotografie che ho raccolto in questa pagina riguarda il momento in cui la mia famiglia, in senso moderno, come nucleo unifamilire costituito da genitori e figli, si è costituita. Siamo nei primi anni 50, più precisamente nel 1952, prima del boom economico; parlare di famiglia significava quasi esclusivamente parlare dell’unione matrimoniale tra un uomo e una donna e questo è ciò che è avvenuto ed è documentato da una delle foto qui inserite, quella della cerimonia del matrimonio. È l’unica foto insieme a quella di mio padre e mia madre che si guardano a vicenda, che ho trovato di quell’evento fondativo. Intorno a loro ci sono solo tre cugini, mentre quel personaggio alto, dietro i miei genitori, a detta di mia madre, è l’autista dell’auto che avevano affittato per andare in chiesa. Il matrimonio in quegli anni, in genere, era preceduto da una fase che veniva chiamata del fidanzamento; nei pochi racconti che sono riuscito ad ascoltare dai miei genitori, è presente tale fase, anche se in modo assai sfumato. Mia madre mi raccontava delle visite di mio padre a casa sua, in quella cantoniera sperduta nei campi tra Pisa e Livorno, visite rese possibili soltanto da lunghi e faticosi spostamenti in bicicletta di mio padre che doveva attraversare l’Arno passando o per il ponte di Caprona o per quello della Vittoria a Pisa, da poco ricostruiti dopo la distruzione avvenuta nel periodo bellico. Nel corso della Seconda guerra mondiale, infatti, e in particolare durante il passaggio del fronte nel 1944, tutti i ponti pisani e delle zone limitrofe sull’Arno furono distrutti dai tedeschi per cercare di rallentare gli alleati che stavano avanzando. Si può quindi immaginare le difficoltà di comunicazione tra una sponda e l’altra dell’Arno almeno fino a quando una parte dei ponti non fu ricostruita nei primi anni 50. Mi sembra di ricordare che mia madre parlasse di barche e di barcaioli che svolgevano la funzione di traghettare persone e biciclette da una parte all’altra del fiume; molto probabilmente anche mio padre le avrà utilizzate per “fare all’amore”, come allora si diceva per indicare il periodo del corteggiamento prematrimoniale. Nei ricordi di mia madre il matrimonio fu una cerimonia sobria per non dire povera, anche se il vestito da lei indossato può far pensare ad una diversa realtà. Immagino quanto le sia costato strappare quel vestito alle rigidità imposte da mio nonno. Per compensare quella spesa pazza, ammesso che sia stata veramente fatta, forse il viaggio di nozze consisté semplicemente nella visita di un giorno a La Spezia. Ma forse più semplicemente era l’unico viaggio che potevano permettersi. Comunque, i rapporti tra la famiglia di mia madre e quella di mio padre rimasero sostanzialmente scarsi e litati a quelle occasioni in cui tutti i parenti si ritrovavano come per la comunione mia e di mio fratello.
Dopo il matrimonio mia madre venne ad abitare nella casa che mio padre condivideva con mia nonna. Era una casa di proprietà ereditata da mio nonno che era morto durante il passaggio del fronte. Era una casa collocata proprio sotto l’argine dell’Arno, nei pressi di una curva in salita della strada provinciale che portava al ponte di Caprona. La casa, quindi, era in una sorta di conca, da un lato chiusa dall’argine e dall’altro dalla muraglia della strada cui si poteva accedere per mezzo di una scala piuttosto ripida. Dietro invece c’era un passaggio per i veicoli e una distesa di campi che arrivava fino al magazzino di agraria del “Mugnai” collocato proprio di fronte alla chiesa e al convento delle suore “Opera Cardinale Maffi”. In altre parole, l’Arno da un lato e la strada dall’altra la sovrastavano, dietro c’era il vuoto. Come conseguenza della sua collocazione, quando si usciva nel cortile davanti a casa ci si trovava infatti di fronte ad un altissimo muraglione di terra dietro il quale scorreva a volta placidamente altre volte in modo impetuoso il fiume. E quando scorreva impetuoso non era facile trovare la tranquillità per andare a dormire. Qualche notte mio padre l’ha infatti trascorsa all’aperto per controllare il comportamento del fiume che paurosamente scorreva entro gli argini ma sopra il livello della casa. Non era una posizione rassicurante. La casa inoltre era collocata in una corte dove vivevano altre famiglie, un anziano signore che occupava due stanzette sempre di proprietà di mio padre, bravo con gli attrezzi da calzolaio, un carbonaio siciliano che possedeva un cane sempre legato alla catena che doveva far la guardia al magazzino, una coppia di giovani sposi che frequentemente litigava in modo plateale, mettendoci in difficoltà perché forse quella violenza ci spaventava.
Rispetto a quella di mia madre, la casa di Mezzana era un passo avanti, c’erano l’acqua potabile e l’energia elettrica, ma il bagno era esterno all’edificio e ricordo anche la presenza di un pozzo dove si attingeva l’acqua per il bucato che veniva steso nella corte e, penso, soprattutto per annaffiare le piante dell’orto.
Mio padre ha sempre coltivato un qualche orto fino a quando non è andato in pensione, andandolo a cercare dove era possibile quando siamo andati ad abitare in case che non avevano uno spazio esterno sufficiente, anche nel chiostro del convento di Santa Croce in Fossabanda a Pisa, allora abbandonato, mentre oggi ospita il Collegio Universitario della Scuola Superiore di sant’Anna. Fino a quando ha potuto usufruire degli spazi necessari, ha anche allevato animali come galline e conigli. I prodotti dell’orto e gli animali domestici allevati nel pollaio o nelle conigliere costruite da lui stesso spesso riutilizzando mobili in disuso servivano a integrare i cibi comprati nei negozi alimentari collocati quasi sempre nelle vicinanze della casa poiché in quel periodo non esistevano certo i supermercati. In genere si andava al negozio, si comprava quel che serviva, il negoziante segnava la spesa su un libretto e a fine mese si saldavano i conti. Mio padre in questo era meticoloso, non voleva lasciare debiti in giro, piuttosto rinunciava alle cose che erano meno necessarie anche se utili.
Mio padre aveva due passioni, il calcio e il ciclismo. Insieme all’Unitàricordo che comprava un altro giornaleLa Gazzetta dello Sport. Legata alla passione per il calcio c’era poi quella del totocalcio, della schedina come lui diceva. Ogni sabato era impossibile non giocare alla “sisa”, storpiatura del termine Sisal, società organizzatrice del primo concorso a pronostici sulle partite del campionato di calcio di serie A, attraverso la compilazione della “schedina Sisal” apponendo per ogni partita una1 per la vittoria della squadra di casa, un 2 per la vittoria della squadra ospite e una x per il pareggio. Mio padre insieme a un gruppo di suoi compagni avevano elaborato complicati schemi per tentare di vincere qualcosa. In effetti ogni tanto qualcosa vincevano, ma solo qualche spicciolo che non ricambiava certo il tempo che passavano a tenere statistiche per poter poi giocare quelli che lui chiamava i suoi sistemi.
Come ho detto, insieme a noi viveva mia nonna. Era una presenza per me importante, anche se i rapporti con mia madre non erano dei migliori, come spesso accadeva in convivenze di questo tipo. Mia nonna, pur dichiarandosi comunista, era molto religiosa. Ricordo le sere passate nella chiesa di Mezzana, un edificio buio e freddo risalente al X secolo, ad ascoltare la recita del rosario. La religiosità di mia nonna aveva fatto sì che erano di casa il parroco e le suore del vicino convento che ospitava sia l’ospizio che l’asilo dove io fin da piccolissimo andavo. C’era una familiarità tale che ricordo le visite in ospedale dei miei genitori al parroco quando si ammalò.
In quegli anni vivere a Mezzana, soprattutto senza mezzo di locomozione motorizzato, era vivere una sorta di isolamento. Ma non era poi indispensabile allontanarsi troppo perché nel giro di poche centinaia di metri c’era tutto: negozi, asilo, bar, casa del popolo, circolo Acli, chiesa. Quasi sempre i viaggi erano legati o a visita di parenti o a visite mediche. C’erano poi gli spostamenti legati a certi momenti particolari come la vendemmia. In quel mese ci spostavamo, per giornate intere, sempre in bicicletta, da un parente all’altro, tutti contadini: Pranzo e cena erano offerti dal proprietario delle vigne e consistevano in mangiate intorno a grandi tavolate imbandite dalle donne di casa.
Ricordo ancora che per un certo periodo le comunicazioni con Pisa avvenivano mediante una carrozza , anzi una specie di carrozzone con le panche e un tendone che le copriva, trainata da un cavallo che faticosamente percorreva la strada non asfaltata che scorreva a fianco di casa nostra lungo l’argine dell’Arno, faticando non poco da affrontare la curva in salita che dalla Chiesa portava a livello del fiume proprio a fianco della nostra casa. Solo dopo qualche anno la strada fu asfaltata e cominciarono ad arrivare le corriere.
Ricordo ancora altri momenti particolari come quando colui che riforniva la legna puntualmente all’inizio dell’inverno arrivava con quel suo carro trainato da uno stanco cavallo, e ci portava la legna che ci serviva per tutto l’inverno. Dopo un po’anche lui si modernizzò e iniziò ad arrivare con un autocarro che scaricava direttamente la legna nel cortile per poter poi esser accatastata nella legnaia. Ancora periodicamente ricordo le visite di una sarta che si fermava da noi per alcuni giorni per cucirci i vestiti per la stagione in arrivo utilizzando i tessuti che mia madre aveva comprato da venditori ambulanti che periodicamente ci facevano visita o riutilizzando vestiti dismessi da nostri parenti cresciuti.
Un altro ricordo di quegli anni era, durante l’estate, nei pomeriggi arsi dal sole, l’arrivo del gelataio che, col suo carrettino bianco e la sua trombetta, si faceva sentire dalla strada e mia nonna mi chiamava, mi accompagnava su per la scala che portava sulla strada e mi comprava un gelato che mi è rimasto impresso tanto era il piacere che mi procurava, un po’ di crema al limone schiacciata tra due cialde rettangolari.
L’isolamento del paese comunque finiva per rafforzare i legami di quella piccola comunità dove tutti si conoscevano, dove c’era sempre qualcuno che in caso di bisogno dava una mano, dove tutti sapevano tutto di tutti, dove non esisteva la privacy, dove si poteva però anche subire tale situazione come peso opprimente e, insieme si poteva percepire di non essere soli ad affrontare la vita nei suoi momenti migliori e in quelli peggiori. Per noi bambini, indifferenti al peso dell’isolamento, c’erano poi momenti speciali come quello della festa di paese, quando una grande quantità di banchetti con giocattoli e dolci occupavano strada principale fin dal mattino presto. Di quelle feste ricordo in particolare la quantità di animali che venivano portati alla fiera per essere venduti, maiali, capre, pecore, galline, pulcini, conigli, e i pranzi con i parenti che impegnavano fin dalla sera precedente mia madre a preparare la pasta fatta in casa per le lasagne o i tordelli che lei chiamava gli “agnellotti”.
Infine, c’era la casa del popolo messa su da tutti coloro che si riconoscevano nel partito comunista, anche da mio padre, quindi, un palazzo con diversi locali dove alcune sere andavamo a vedere la televisione e in estate venivano organizzate serate da ballo e feste dell’Unità. Mio padre già in pensione rimase stupido quando gli arrivò una lettera che gli chiedeva il consenso per la vendita dell’edificio e gli comunicava che era destinatario di una piccola somma in quanto membro della cooperativa proprietaria. Era passato tanto di quel tempo da quando era un frequentatore di quel circolo popolare che non ricordava più neppure di esserne in piccola parte proprietario.
Poco distante c’era anche il circolo Acli che offriva le stesse cose a chi si riconosceva in un diverso orizzonte politico, quello dei democratici cristiani.
Se noi non soffrivamo più di tanto l’isolamento, mio invece sentiva la distanza da Pisa come un peso perché ogni giorno doveva recarvisi per lavoro. Faceva i turni poiché in una fabbrica di vetri i forni dovevano funzionare in continuazione. Ogni due settimane doveva fare il turno di notte, partiva la sera dopo aver cenato e tornava la mattina quando ancora il sole non era sorto. In uno di questi viaggi notturni fu anche investito da un’automobile e rimase per molto tempo ricoverato in ospedale prima di riprendersi. Il lavoro in fabbrica doveva essere molto duro e frequenti erano gli infortuni legati soprattutto a lastre di vetro si frantumavano. Una di queste gli aveva tagliato un tendine al polso. Inoltre, come quasi tutti gli operai del vetro, anche lui è rimasto vittima della tipica malattia professionale legata a quei luoghi di lavoro: la silicosi. Dai racconti di mio padre e dalla mia esperienza in quegli anni viene fuori però un’immagine contrastata della fabbrica dove mio padre lavorava. Da un lato ci sono infatti i ricordi e i racconti legati sia agli infortuni che alle malattie professionali, alle lotte interne per il salario, per l’orario di lavoro, per la sicurezza, addirittura ai licenziamenti, per fortuna poi solo minacciati, in momenti di particolare crisi, lotte sfociate in alcuni casi anche scontri interni con coloro che venivano definiti crumiri e con la polizia. Dall’altro c’era una struttura industriale sorta nel 1889 a Pisa su iniziativa della casa madre francese, e una tradizione ereditata già dagli anni Trenta del Novecento che metteva in primo piano la responsabilità sociale dell’industria e l’innovazione vista come motore propulsivo per la crescita non solo economica ma anche del contesto lavorativo nel suo complesso, un modo di affrontare i problemi dei lavoratori che offriva ai dipendenti case dignitose (a Pisa ci sono ancora edifici del villaggio Saint Gobain, in una zona verde lungo l’Aurelia dove operai e impiegati, non so con quali criteri, potevano usufruire di alloggi confortevoli, piccole villette bifamiliari inserite in un contesto verde di giardini e circondati da pini), c’era poi l’asilo gestito da suore, un’assistente sociale, che conoscevamo come la signorina, che seguiva soprattutto i figli dei dipendenti e le loro problematiche familiari, un ambulatorio medico moderno ed efficace quando non c’era ancora il servizio sanitario nazionale dove si potevano eseguire quasi tutti gli esami allora disponibili e dove c’era la possibilità di essere visitati da i migliori professionisti della città. Ricordo la puntualità e la frequenza con cui il pediatra veniva a visitarci a casa ogni qualvolta ne avevamo bisogno. Certo non aveva le caratteristiche di universalità che un sistema sanitario dovrebbe avere, ma era servizio che funzionava egregiamente anche se sono i dipendenti e le loro famiglie.
Il disagio di mio padre portò alla decisione di trasferirci a Pisa in una casa alla periferia della città, una casa anch’essa riscaldata da una stufa a legna, condivisa con mia nonna che dormiva in camera con me e mio fratello, con il bagno in fondo all’orto, lo spazio per galline e conigli, ma che consentiva a mio padre di accorciare notevolmente il tragitto per arrivare sul luogo di lavoro. In quella casa vivemmo anche il nostro contatto con le trasformazioni introdotte dal boom degli anni Sessanta, anche se non per tutti gli elementi che lo caratterizzarono perché mio padre continuò ostinatamente a rifiutarsi di prendere la patente e di comprare anche solo una vespa o una lambretta, per non parlare del telefono che in casa mia arrivò solo quando già frequentavo l’università.
Le fotografie qui sotto riprodotte documentano le varie fasi della formazione della mia famiglia, dal fidanzamento di mio padre con mia madre legato alla foto di entrambi su un pattino, al matrimonio, alla mia nascita e poi a quella di mio fratello. Due particolari mi colpiscono nel riguardare dopo tanti anni quelle foto. Il primo è rintracciabile nella foto di mia madre che mi tiene in braccio. Il particolare è costituito dall’argine del fiume che si vede dietro le sue spalle. È un particolare che richiama nella mente una gran quantità di ricordi, le passeggiate su quell’argine da soli io e mio fratello fino alle case dei paesi vicini, la volta che mio fratello piccolissimo rimase impantanato in una pozzanghera e io non riuscivo a tiralo fuori, le sere quando l’Arno era in secca e i miei genitori con le mie zie sorelle di mio padre e i miei cugini guadavamo l’Arno per andare a cenare sulle secche della sponda opposta, con un carico di ceste contenenti zuppe, focacce, pomodori dell’orto, vino e dolci, le serate in casa di mia zia dove ogni tanto gli adulti si trovavano per ballare e io e mio cugino sgattaiolavamo sotto le sedie senza che nessuno si curasse di noi, liberi però di divertirci con i nostri giochi inventati lì per lì.
L’altro elemento è la giacca di mio padre nell’ultima fotografia, una giacca consumata portata anche di fronte al fotografo. Era questa l’altra cifra della mia famiglia, la povertà, una povertà dignitosa, onesta ma sempre povertà con tutto il suo carico di privazioni, di sensi di inferiorità, di voglia di superarla e di garantire almeno ai figli un futuro diverso.








massimocec maggio2026
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