
Bibola è stata la meta di una gita sollecitata dai ricordi di vita familiare di mia moglie. Era infatti il luogo di origine di sua madre. Su questo luogo, come su altri luoghi della Lunigiana, avevo sentito racconti di vita familiare che avevano destato la mia curiosità. Sono racconti che testimoniano il legame che unisce Massa con la Lunigiana e che forse fa sentire ai massesi il territorio lunigianese come parte del loro territorio. Del resto Massa è stato un luogo di emigrazione da parte della gente di Bibola da quando è iniziata la fase di spopolamento del borgo. Non so se tale sentimento sia condiviso dai lunigianesi, ma temo di no vista l’attaccamento della gente della Lunigiana ai luoghi del proprio territorio, alle tradizioni, ai personaggi che hanno contribuito a farli conoscere e ad accrescere la loro notorietà.
I racconti familiari che si riferiscono al rapporto della famiglia di mia moglie con la lunigiana oltre Bibola riguardano anche Soliera perché durante la guerra l’ospedale di Massa si trasferì nel collegio di Soliera presso il Santuario della Madonna dei Colli. L’edificio religioso divenne un punto di riferimento per i massesi. Mio suocero era il segretario dell’ospedale e con tutta la sua famiglia, a partire dal 1943, si trasferì in quella località della Lunigiana. Nel 1944 frati, medici e infermieri rischiarono di essere fucilati dalla “Monterosa”, l’unità militare dell’Esercito Nazionale Repubblicano della Repubblica Sociale Italiana che operava in quella zona, perché accusati di ospitare i partigiani e mio suocero era tra coloro che rischiarono la vita. Si salvarono solo perché qualcuno dei militi capì che lì c’era soltanto un ospedale. Chi ha vissuto quei momenti certo non li può dimenticare per tale motivo che i racconti della Lunigiana spesso ritornavano a essere evocati durante pranzi e cene familiari.
I racconti di Bibola invece riguardano il primo dopoguerra, quando mio suocero si fidanzò con quella che sarebbe diventata sua moglie. In quegli anni lei era venuta ad abitare a Massa, ma nel periodo estivo tornava a Bibola e mio suocero, che stava facendo il servizio militare ad Aulla, allora suo fidanzato, andava a trovarla sobbarcandosi un lungo cammino a piedi o, se capitava, salendo sui barrocci dei contadini che percorrevano quel tratto di strada. Sicuramente allora il paese doveva essere molto diverso dall’attuale, dovevano esserci tutti quegli elementi necessari perché una comunità isolata potesse vivere una vita sociale e lavorativa, botteghe, artigiani e contadini. I testi che parlano di Bibola descrivono l’economia del paese come un’economia povera basata su un’agricoltura di sussistenza legata alla mancanza d’acqua e alle caratteristiche del territorio, C’erano comunque mulini e frantoi ed era noto il vini prodotto sui terrazzamenti ben esposti al sole. Il padre di mia suocera era un sarto e prima di venire a Massa praticava il suo mestiere a Bibola. Doveva avere anche una buona posizione sociale ed economica. Le storie che ho sentito raccontare infatti riguardano vicende legate al fatto che ci voleva diventare sacerdote doveva possedere un “patrimonio sacro” in termini di terreni o rendite. Il patrimonio era un requisito che serviva alla Chiesa per garantire il sostentamento autonomo del prete e assicurare che non gravasse economicamente sulla diocesi, un modello oggi in disuso perché anche i preti hanno un salario mensile a carico, penso, della diocesi. Uno zio di mia suocera decise di prendere la strada del sacerdozio e suo fratello, il padre di mia suocera, fornì le risorse necessarie, un atto che forse poterebbe indicare la presenza in paese di una disponibilità economica tanto da consentire ad un artigiano di accumulare una certa dose di ricchezza.
Oggi le indicazioni turistiche descrivono Bibola come il “balcone panoramico della Lunigiana”. In effetti una volta arrivati lassù ci si può render conto che questo paesino di poche centinaia di abitanti è un vero e proprio balcone panoramico dall’Appennino alle Alpi Apuane. Ma gli abitanti sono poche centinaia e andando in giro per le stradine non si incontra quasi nessuno, non si vedono botteghe o attività che possono far pensare ad una comunità attiva e vivace. C’è soltanto un silenzio pervasivo come doveva essere una volta la nebbia nelle campagne della Padania. La mancanza di risorse ha costretto nel tempo gli abitanti di Bibola ad allontanarsi dal paese in cerca di lavoro e, come in altri luoghi della montagna, sono rimasti prevalentemente gli anziani o i pochi che non riescono a staccarsi da una vita lontana dai modelli dominanti a partire dal fondo valle e dai centri abitati delle zone costiere, per non parlare delle grandi città. Tali modelli, chi sceglie di rimanere in un paese come Bibola, debbono costituire un modo di vita insopportabile.
Si entra nel borgo varcando quel che rimane di un’antica porta. Il paese ha tutte le caratteristiche di un borgo murato formato per aggregazioni successive in cui le abitazioni costituiscono anche la cortina perimetrale. L’accesso conduce ad una sorta di galleria con volta a botte che porta alla parte alta del borgo in cui si trovano il castello e la chiesa che si affaccia su una piazzetta che forse costituiva una dei luoghi pubblici del paese. Nell’antico borgo nella parte più alta del paese rimangono ancora alcuni ruderi, resti di un castello forse a eretto difesa dell’intera vallata. È molto probabile che una volta nella galleria che porta alla parte alta del paese si svolgessero gran parte delle attività artigianali del borgo e quelle comunque legate al lavoro nei campi, una sorta di cuore pulsante del paese. Per le strade oggi non si incontra quasi nessuno, il silenzio domina incontrastato. Solo le case sono i soggetti che si mostrano ai nostri occhi incuriositi. Sono case piccole, appoggiate l’una sull’altra, spesso affiancate da ruderi. Molte case, abitazioni di 3 o 4 vani quasi tutte su due piani, sembra siano dotate di celle frigorifere scavate nella roccia che naturalmente non sono visibili in una vista limitata al cammino un po’ casuale per le strade del paese. Ma anche il sapere della loro presenza è sufficiente a richiamare, in un contesto come quello in cui siamo immersi, il fascino che può destare il ricordo di un tempo in cui non esistevano i frigoriferi ma era presente la necessità di conservare comunque i cibi e lo si faceva ricorrendo a tecnologie rudimentali legate a ciò che l’ambiente forniva, un fascino ambiguo perché attraente da un lato ma nello stesso tempo non desiderabile come alternativa alla nostra forma di vita. A piano terra, oggi riconvertite in stanze abitabili, secondo le informazioni fornite da chi ha studiato l’insediamento di Bibola, si dovevano trovare i ricoveri per la legna o per gli animali, oggi spariti dalla scena. Oltre a queste abitazioni si possono incontrare alcuni palazzotti costituiti dalla fusione di più abitazioni, traccia di una qualche stratificazione nella struttura sociale del paese avvenuta nel corso della sua storia; proprio uno di questi palazzotti era l’abitazione della famiglia di questo parente antenato della madre di mia moglie e che è stato possibile rintracciare grazie ad una fotografia sbiadita conservata tra i ricordi di famiglia.
Il turismo non è ancora arrivato a intaccare le caratteristiche di questo paesino, una situazione che però ha lasciato la porta aperta ad un aspetto negativo, quello dell’abbandono, dell’incuria, del degrado che prevale su ciò che rimane del vecchio e dignitoso borgo della montagna lunigiana, non potendo così non dare spazio ad un’immagine malinconica, triste e desolata di Bibola. Anche per tale motivo i ricordi di famiglia prevalgono sugli aspetti paesaggistici. Gli spostamenti nelle strade sono legati più alla ricerca di ricordi, della casa della famiglia di mia suocera, o delle tombe nel cimitero del paese dove è sepolto lo zio prete trasformando la nostra gita da una visita al luogo in un immersione nella memoria.
massimocec giugno 2026
Autori vari, Il Borgo di Bibola, Aulla, 1990.